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Home Ufologia le ragioni del silenzio

le ragioni del silenzio

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Sezioni articoli - Ufologia
Le Ragioni del Silenzio
 
 Perché “certe ricerche” vanno fatte in incognito

 (prima pubblicazione Annuario Sentinel 2011)  

 
A cura di: Massimo Teodorani, Ph.D.
 
 
Mi sono occupato a lungo dello studio di svariati tipi di “anomalia”, e me ne sto occupando tuttora. E, se devo essere sincero, i veri momenti di soddisfazione sono venuti solamente dopo aver concluso e pubblicato lavori tecnici di ricerca, molto meno quando si trattava di divulgarne al grande pubblico i risultati. Dove stava dunque il problema con il grande pubblico?

Il problema stava nel fatto che il grande pubblico, nel 90% dei casi, capiva fischi per fiaschi, oppure si sentiva portato a strumentalizzare e a manipolare le mie affermazioni al fine di credere di convalidare delle loro presunte tesi che non stanno in piedi da nessuna parte. In tal modo ho capito abbastanza presto in che modo si veicola il meccanismo della disinformazione, in che modo a loro insaputa collaborano a questo meccanismo uno o più professionisti della scienza, e in che modo poi quell’informazione viene alterata da un pubblico quasi totalmente impreparato nel metodo scientifico e nel ragionamento, a volte anche secondo strategie ben deliberate da taluni “profani” che sono tutto fuorchè stupidi. Il regista della disinformazione dove si trova? Sembra impossibile identificarlo. O se non esiste questo regista, va comunque ammesso che si manifestano puntualmente meccanismi infernali, che si attivano non appena si tenta di divulgare (a fini meramente educativi) “fatti nuovi” per come sono stati percepiti secondo un’ottica scientifica. In breve, questo tipo di esperienza dimostra in maniera inesorabile che non è consentito divulgare talune tematiche ad un pubblico che non sia sufficientemente maturo, equilibrato, raziocinante, affidabile e con una preparazione scientifica almeno al valore di soglia. Questa è una conclusione netta e ferma che mi ha dimostrato come e perché il grande pubblico non deve e non può avere accesso ad un certo tipo di informazione. In caso contrario si rischia di sperperare nel nulla il lavoro di una vita, assoggettandolo a “meccanismi sociali” (pilotati o meno, non si sa, ma è certo che ci sono) che sono mirati a screditare o sminuire questo lavoro facendolo passare per una versione completamente alterata, edulcorata, e truccata.

Si parlava di un certo tipo di informazione, quella che poi subisce delle alterazioni subito dopo la sua divulgazione. Quale tipo di informazione? Non mi è stato difficile nel tempo capire che questa informazione ha a che vedere con molti dei temi cari all’ufologia, non esclusi alcuni aspetti del cosiddetto “paranormale”, di cui probabilmente la manifestazione ufologica è un semplice corollario facente parte di un dominio grande quanto un iceberg sommerso dall’oceano.

In questo ambito, oltre alle più tradizionali e rigorose misure scientifiche su talune anomalie apparentemente naturali e altre procedure quantitative come quelle statistiche dai database, sono stati fatti studi paralleli di natura teorica, che coinvolgono in più aspetti la teoria quantistica in particolare e altre teorie di fisica, ma anche la ricerca sulla cosiddetta “intelligenza extraterrestre”. Sono state fatte anche speculazioni scientifico-filosofiche che sembrano toccare il trascendente e la metafisica, ma in realtà sono mirate ad aggiustare il tiro per prossimi passi di natura esclusivamente scientifica e razionalistica. Purtroppo questo il pubblico, in larga parte in buona fede, non l’ha capito.

Se di tutti questi temi io avessi messo in piedi una favolina come tante se ne leggono in rete e su carta, avrei potuto dormire tranquillo tra quattro guanciali: in fondo le favoline (in specie, quelle ufologiche) sono una forma di intrattenimento perfettamente digeribile dal grande pubblico, anche come utile evasione. Il problema è che il mio lavoro consisteva, e consiste tuttora, nel valutare quanto, se e come certi temi apparentemente “esotici”, e apparentemente impossibili, possano essere affrontati dal metodo scientifico, caratterizzato in questo caso dal tentativo di cercare di essere il più rigorosi e al contempo aperti possibile. Ed ecco allora che, fatta eccezione per alcuni colleghi del settore e di poche persone del pubblico abituate a ragionare e a riflettere, non appena si tenta di parlare di queste cose in pubblico, quello immediatamente stravolge l’informazione ricevuta. Il metodo della scienza (il fatto che se ne occupino degli scienziati, che in sé è cosa alquanto rara) ha evidentemente una valenza forte nell’immaginario collettivo del pubblico e dei media: il problema è che larga parte delle persone è abituata a “pensare emotivamente”, cioè a fare collegamenti non tra i fatti obiettivi in sé ma tra gli aspetti (a loro volta non afferrati nella loro giusta luce) che le hanno colpite di più. Ciò le porta a fare una “selezione” mirata di alcuni concetti, a scapito di altri, che poi vengono ri-assemblati in una maniera completamente sbagliata, contorta e ben lontana dall’obiettività dei fatti realmente accaduti.

Come dicevo prima, questo può avvenire innocentemente, ma anche per calcolo di qualcuno che con le masse ci gioca. Ma ciò che conta qui, purtroppo, è il risultato, ovvero la trasformazione di un contrappunto musicale in una cacofonia oppure in un suono monofonico con le frequenze completamente alterate dall’input originario. E’ un po’ come se si inviasse un fascio di luce più o meno coerente attraverso un vetro incurvato o un filtro: il fascio verrà completamente distorto da svariati fenomeni ottici, come la rifrazione e altri.

Ciò – proprio per esperienza – dimostra dunque che il grande pubblico *non deve* venire a conoscenza di un certo tipo di informazione, specie se si tratta di temi “scottanti” nel momento in cui essi vengono non raccontati ma analizzati con metodi scientifici. Il non informare il pubblico su quanto succede in certi campi non è un bieco atto del tipo “nascondere la verità”, ma rappresenta solo una assoluta necessità di proteggere il grande pubblico da sé stesso e da pericolose fenomenologie e/o processi collettivi che possono instaurarsi ogni volta che uno o più scienziati parlano, ad esempio, di “UFO” ad un pubblico emozionalmente immaturo e incontrollato, e spesso perfino incapace di distinguere la logica progressione causale dei fatti raccontati oppure capace di confondere i fatti obiettivamente analizzati con gli aneddoti raccontati nello stesso contesto.

Quei pericolosi “processi collettivi” di cui sopra sembra che si inneschino quasi automaticamente quando il pubblico viene informato su cose che non è in grado di ponderare con la ragione, come se all’improvviso si instaurasse una specie di “software-virus” programmato per distruggere l’informazione obiettiva della realtà (che comunque, ricordiamolo, è solo un tentativo, nell’ambito di un certo tipo di fenomenologia) non appena la stessa viene presentata e/o divulgata.

Domanda: l’attivazione di questo software distruttivo è determinato dal caso o dietro di esso c’è una regia, magari annidata dentro l’animo umano o anche nel suo DNA? Questo ancora non lo sappiamo. Confesso che non credo molto alle coincidenze casuali, come non credo che il processo dell’esistenza in questo mondo sia governato dal caso come gli atomi di un gas di Boltzmann. Io intravedo strutture intelligenti nei meccanismi che governano l’Universo, e non sempre guidate da intenti limpidi.

Ai tempi di James McDonald (fisico atmosferico), che sicuramente molto sapeva sul fenomeno UFO, meccanismi come questi si sono sicuramente innescati, nel momento in cui lui tentava di veicolare all’opinione pubblica quello che lui, scienziato, aveva scoperto o creduto di scoprire. Sembra che fino alla fine della sua vita lui ritenesse che la gente comune “avesse diritto di sapere”, e la cosa in sé sarebbe anche giusta, se non fosse che sembra esista una specie di “catenaccio” che improvvisamente rompe tutti gli ingranaggi dell’orologio non appena viene attivato a livello globale un certo tipo di informazione. Informazione che, ricordiamolo, viaggia anche su canali subliminali. E qui si parla di vera informazione (quella di natura scientifica, basata sull’obiettività dei fatti e sulla loro analisi razionale), non certo di favoline.

Sembra che esista un “programma” probabilmente ai livelli più intimi del nostro essere, in base al quale qualunque tipo di informazione derivata da procedure razionali, sperimentali, o logico-deduttive viene disintegrata non appena essa parte, complici gli effetti del filtro emozionale rappresentato dalle grandi masse. Non ci sono dubbi comunque che se dietro a questo “catenaccio” non c’è il semplice caso ma una intelligenza a pilotarlo, allora verrebbe da ritenere che gli esseri umani sono tutto fuor che liberi nelle loro scelte. L’informazione scientifica può scorrere liberamente quando si tratta di studiare il “mondo manifesto” che tutti conosciamo, infatti la divulgazione scientifica nel senso classico del termine scorre piuttosto bene tra le masse senza ingenerare processi distruttivi o perlomeno alteranti. Ma quando si passa al tentativo di dire alla gente: “Guardate, che quello che avete intorno non è tutta la realtà che credete di conoscere, ma solo una parte di essa, e che la scienza potenzialmente può spiegare anche quella realtà sostituendosi completamente, e non fondendosi, con la religione e la metafisica”, ecco che scatta il meccanismo distruttivo del tipo: “IF… GO TO… ERASE”.

La verità e la chiarezza scientifica, quella smaliziata che non guarda in faccia a nessuno e non si fa fermare da quegli apparenti filtri che ci separano da una più completa conoscenza obiettiva del tutto se non nell’interesse di fare miglior luce, fa paura a qualcuno? Magari qualcuno o qualcosa che ci “usa dall’interno” come pupazzi da millenni, senza che noi riusciamo minimamente a individuarlo. In tal caso la minaccia non sarebbe qualcosa di esterno all’uomo e alla sua società, ma qualcosa che fa leva sull’umanità stessa dall’interno e sui suoi meccanismi emotivi incontrollati.

In questa precisa ottica non è difficile non prendere in esame la questione delle presunte “abduction”, e tutto quello che se ne ricava, anche se quello che emerge per ora sembra scantonare nell’esoterismo. Ma è davvero così? Ho letto con attenzione, credo, gli studi di chi si occupa in Italia di questa fenomenologia, a prescindere dal modo in cui questi studi vengono poi diffusi di seconda mano da persone o gruppi di persone che ricordano per certi aspetti una o più sette. Devo veramente dire un no secco a quanto emerge da questi studi (intendo l’informazione di prima mano) solo perché, per ora, essi non sono stati pubblicati su riviste con referee secondo la procedura classica? Oppure devo fermarmi un attimo a riflettere innanzitutto sul perché chi si occupa di queste cose ha sacrificato una intera vita per occuparsene? Una ragione ci sarà. Verissimo che i risultati che emergono, a mio parere, non hanno ancora canonicità scientifica (nonostante la preparazione scientifica e l’intelligenza di chi fa questi studi), ma è anche vero che in un modo o nell’altro, e a prescindere da interpretazioni più o meno arbitrarie, delle costanti comunque emergono. Non solo queste costanti possono essere ponderate scientificamente, ma si può anche progettare uno o più esperimenti con strumenti che dimostrino in linea potenziale che qualcosa occasionalmente si interseca con la nostra realtà, creando degli effetti sulla stessa. E le onde elettromagnetiche sono uno di questi potenziali effetti, ben misurabili, anche utilizzando sensori ad elevatissima risoluzione temporale oppure sensori che operano in altre gamme dello spettro, come ad esempio l’infrarosso. E ovviamente non mancano strumenti che misurano l’attività bioelettrica del cervello.

Ciò detto, e prendendo in esame l’ipotesi che qualcosa di vero ci sia nel fenomeno delle “abduction”, è inevitabile ritornare al punto focale discusso in precedenza e che, ancora una volta, si sintetizza nella seguente domanda: “Bene, hai trovato alcune costanti, hai fatto dei collegamenti in gran quantità, hai fatto tanti studi di supporto, non sei ancora alla trattazione scientifica ma potresti comunque aver aperto il terreno per crearla: davvero vuoi sprecare il tuo grande sforzo raccontando queste cose in pubblico?” Sei sicuro che la tua informazione così tanto generosamente e diffusamente veicolata non subisca poi una inesorabile alterazione, soprattutto in una tematica così emozionale come quella delle abduction?”

In poche parole, se io, scienziato, ritenessi di aver trovato qualcosa di vero nella questione delle abduction (parlo della fenomenologia in sé, non della interpretazione un po’ naive che se ne continua a dare), davvero andrei a sbandierarla ai quattro venti? Oppure, seppur con tutta la fatica che la cosa costa, tenterei di mettere in piedi un vero articolo scientifico e totalmente tecnico e criptico, da sottoporre solo ed esclusivamente alla comunità accademica, che tutta ottusa non è (lo era di più un tempo, ora sembra che si stia evolvendo verso una maggiore apertura, se i requisiti del rigore vengono tassativamente soddisfatti)? Interagendo solo ed esclusivamente con i miei “addotti” da una parte e con il mondo scientifico dall’altra, costi quello che costi. Ma non con il grande pubblico che, non è mai troppo ricordarlo N volte, in alcuni casi è composto da pazzi conclamati, da furbi strumentalizzatori, da persone semplicemente stupide, oppure da individui che non hanno in alcun modo i mezzi culturali e intellettuali nonché la maturità emotiva per ponderare un certo tipo di informazione nella sua giusta luce senza poi infangare l’informazione di prima mano per trasformarla in informazione alterata di seconda mano. Ovviamente non si può fare di ogni erba un fascio, ma basta guardarsi attorno: le menti critiche sono obiettivamente poche, anche se certamente ci sono. Io qui esprimo un parere, certamente non una sentenza. Lo dico perché credo che le fatiche (e sono fatiche comunque, a prescindere da qualunque critica, fondata o meno) di studiosi sul fenomeno dell’abduction, se veicolate ad un pubblico sbagliato e solo emozionalmente recettivo, possono essere molto sminuite e a volte, forse, fare anche qualche danno a coloro che non hanno sufficiente maturità per affrontarle. Perché, non dimentichiamolo, non esiste nessuna prova che le abduction siano veramente opera di extraterrestri, come non esiste nessuna prova che gli alieni “rubino l’anima” agli umani, anche se tantissime sono le connessioni che possono essere estratte da quanto gli addotti asseriscono in seguito alle sedute a cui essi vengono sottoposti. Connessioni logiche non significa che siano attinenti alla realtà in sé e per sé. E’ chiaro il ragionamento di chi fa queste ricerche, come è altrettanto chiara l’apparente impossibilità di affrontare certi temi così complessi con il metodo scientifico classico, ovvero quello che dimostrerebbe con i numeri e con dati realmente sperimentali che quanto esperito dagli addotti è vero. Non dimentichiamo che, per quanto certe tecniche di “estrazione dei dati” dagli addotti siano logiche e anche meticolose in sé, non sono le tecniche che il metodo scientifico propriamente esige e che devono portare alla rappresentabilità obiettiva dei fatti, e non dei racconti (per quante siano le costanti che possano esservi individuate). Di questo l’investigatore, ben ferrato nella procedura scientifica a prescindere dal tema delle abduction, ne è perfettamente al corrente, ma il pubblico che l’ascolta no. Il pubblico prende per oro colato tutto quanto viene detto, quando invece queste tematiche richiedono moltissima maturità e ponderazione. E inevitabilmente quel pubblico (anche se non tutto di esso) finisce per propalare informazione di seconda mano di quello che ha sentito, finendo per trasformare in dogma quelle che sono solo elaborate congetture e non verità assodate. Informazione alterata su questi temi in particolare, che invece andrebbero studiati solo a porte chiuse, possono innescare effetti devastanti nella popolazione, o perlomeno in alcuni individui psichicamente deboli.

E allora ritorniamo allo stesso punto di prima. La gente in generale deve essere informata su certi temi? La risposta che mi sento di dare è un secco e deciso no. La gente non può e non deve essere informata sull’andamento di questi studi, e queste ricerche devono proseguire nel massimo riserbo. O meglio, nel segreto più impenetrabile, ma devono proseguire in grande stile, con profusione di mezzi e con pieno coinvolgimento sia del mondo accademico che di quello militare. Nell’interesse di cosa, nell’interesse “massonico” del “nuovo ordine mondiale che ci starebbe fregando”… ? Risponderei semmai che è nell’interesse della tranquillità della gente, in primo luogo, e nell’interesse della ricerca stessa, che non ha alcun bisogno del pubblico generale, ma si avvale solamente degli addetti ai lavori nelle varie specialità. Quando crediamo di aver trovato un nuovo quark o un nuovo tipo di stella di neutroni, e non ne siamo ancora completamente sicuri, cosa facciamo noi scienziati, lo andiamo a raccontare in pubblico? Non lo facciamo mai. Lo sottoponiamo in forma solo tecnica ad una giuria di referee, e se non lo accettano lo pubblichiamo per conto nostro come report tecnico, di solito indecifrabile per i non addetti ai lavori. E’ così che funziona. Al pubblico se ne parla solo quando tutto è più che assodato: ed è infinitamente più facile assodare queste cose che non il funzionamento degli UFO o addirittura la loro esistenza e/o natura, figuriamoci poi la natura delle abduction...

Ciò detto, davvero i governi “nascondono la verità” al pubblico perché lo vogliono fregare? O magari lo fanno solo per proteggerlo? Mai al mondo in riviste ufologiche ho visto considerare questa seconda interpretazione, ma solo ed esclusivamente quelle complottistiche.

Cosa succederebbe se tutto (sempre che quel “tutto” esista veramente) venisse detto brutalmente al grande pubblico? Sarebbe un’autentica catastrofe sociale. Solo una scimmia priva di civilizzazione farebbe una cosa del genere. Oppure – lasciando stare chi divulga alla gente ingenuamente in buona fede – qualcuno interessato a destabilizzare il mondo, con conseguenze devastanti. Credo che il presunto mistero dei segreti sugli UFO nascosto dai governi sia dovuto a queste ragioni. Vero che la società è degradata o ingiusta, molti politici inaffidabili e sfruttatori, ma anche vero che sotto sotto esiste sempre una propensione al bene collettivo delle persone, e divulgare notizie deflagranti su certi temi sarebbe fare solo il male delle persone. Sarebbe un po’ come far vedere un film porno ad un bambino di 4 anni. Sarebbe una vera follia e un atto di totale irresponsabilità. Per questa ragione, a parer (non solo) mio è un bene che il “cover-up” sia esistito e che esista tuttora (ciò non toglie invece che dati prettamente tecnici non debbano essere rilasciati agli addetti ai lavori). Sarebbe invece giustificabile, anzi obbligatorio e moralmente meritorio, che la gente “sappia” (da qualcuno come ad esempio Julian Assange) solo se la storia degli UFO fosse una invenzione dei governi per nascondere ben altri intrallazzi. E infatti, ben venga Wikileaks, che sembra mossa da fini fin troppo morali per raccontare fandonie gratuitamente.

Mi sento portato a questo punto a invitare tutti gli scienziati attivi nel campo della ricerca su UFO e altre anomalie (incluse quelle relative al fenomeno dell’abduction) a chiudere o a restringere ancora di più qualunque canale di comunicazione con il grande pubblico, ma anche a esercitare in maniera decisa lo scetticismo ovunque i lumi della ragione debbano essere offuscati da informazione di seconda mano falsata o insensata oppure dalla diffusione di vere e proprie bufale. Questa ricerca è troppo impegnativa per dover pensare di distrarsi con la divulgazione su questo specifico tema. La divulgazione è invece basilare al fine di insegnare in maniera intuitiva e accessibile le basi della scienza, non le anomalie (effettivamente presenti) nei temi che la stessa investiga. Magari un giorno il pubblico si troverà davanti al fatto compiuto, solo quando quell’eventuale fatto sarà perfettamente controllabile e gestibile e, soprattutto, solamente quando qualunque pericolo in taluni campi verrà del tutto scongiurato. Nel frattempo l’unica cosa veramente importante, a mio parere, è che il pubblico venga maggiormente preparato nelle tematiche scientifiche standard (di ciò che conosciamo con certezza), e soprattutto nei metodi che la scienza adotta nell’analizzare i fatti del mondo. Ma è anche fondamentale porre una volta per sempre la parola fine alle “favoline di evasione” dell’ufologia popolare, che servono solo a distogliere le persone dai fatti e dai problemi concreti della vita. La gente dovrà essere ben presente a sé stessa e non divagare sul nulla, se davvero vorrà essere pronta un giorno ad assorbire e digerire nuovi aspetti della scienza, che solo ora stanno emergendo e che forse potranno cambiare la vita dell’umanità. Ma ogni progresso richiede i suoi tempi di maturazione. Anticipare prematuramente questi tempi significa solamente impedire questa evoluzione.

 


 Massimo Teodorani 

 
Dopo essersi laureato in astronomia con una tesi teorico-matematica sulla evoluzione fluidodinamica di un residuo di supernova, ha successivamente conseguito il dottorato di ricerca in fisica stellare con una tesi osservativa sulle stelle binarie strette di grande massa e relativi trasferimenti esplosivi di massa. Ha lavorato presso gli osservatori di Bologna e Napoli e al radiotelescopio del CNR di Medicina (BO). In parallelo alla ricerca astrofisica ha condotto ricerche in fisica dei plasmi atmosferici con particolare interesse per il “fenomeno luminoso di Hessdalen”, dove come direttore scientifico ha svolto diverse missioni sul campo. Svolge tuttora ricerche teoriche nel campo del progetto SETI e prosegue la sua ricerca sulla fisica dei fenomeni luminosi anomali.

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