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Home Archeomisteri Arte rupestre

Arte rupestre

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SCRITTO SULLA PIETRA

 

I significati dell’arte rupestre

 

 

 A cura di: Massimo Centini

Di certo la più grande rivoluzione moderna nella storia della rappresentazione risale al 1839 quando, per la prima volta, su un dagherrotipo rimase impressa, in un angolino di una veduta di Parigi,  una figura sfocata e mossa: un uomo sconosciuto di cui non sapremo mai l’identità.
Dopo quell’immagine inizierà un nuovo periodo: il rapporto dell’uomo con la raffigurazione di sé e del mondo circostante non sarà più quella dei tempi della sola pittura e del disegno.
Da quel momento la realtà entra prepotentemente nella sua rappresentazione,
affrancando l’artista dall’onere dell’interpretazione e della riscrittura della storia.
Per ritrovare una rivoluzione di tale portata, anche se su piani molto diversi, è necessario ritornare indietro nel tempo, fino a circa 30.000 anni fa, quando gruppi di uomini Sapien-sapiens (Cro Magnon) iniziarono a sentire il bisogno di rappresentare, sulle pareti delle caverne, multicromatiche figure di animali. In quel preciso momento, in un’area in fondo piuttosto ristretta (franco-iberica), nasceva una nuova esperienza della cultura che non abbandonerà più l’uomo: l’arte (1).
Risalire alle origini dell’arte rupestre vuol dire ritornare alla preistoria (2), per cercare le radici di un aspetto della cultura dell’uomo in cui non è facile come sembra riferirsi tout court al concetto dell’arte così come oggi lo intendiamo (3).
 
La pietra e il sacro
La pietra, in sé, in quanto materiale  che cristallizzerebbe nella sua esistenza il potere tellurico, ha svolto da sempre un ruolo fondamentale nelle più diverse culture (4). Ruolo che presenta due aspetti ben precisi:
a.    pratico: legato alla pietra in quanto materiale per la costruzione di oggetti e strutture
b.    simbolico: connesso alla consapevolezza che la pietra può rappresentare qualcosa o qualcuno” e di fatto esprime valori che vanno al di là della sua apparenza.Senza dubbio alcune delle caratteristiche della pietra, la dimensione, la forma e soprattutto l’apparente indistruttibilità, hanno continuato a reggerne le valenze simboliche all’interno della dimensione del sacro.
La pietra è stata un referente molto importante per l’uomo, infatti è ben noto che con Età della Pietra (suddivisa in due grandi blocchi cronologici: Paleolitico e Neolitico, cioè Età della Pietra antica e della Pietra nuova) si identifica un periodo molto ampio della cultura e dell’evoluzione dell’uomo, un periodo attraverso il quale l’Homo habilis si è lentamente mutato in Homo sapiens sapiens.
Tralasciando tutte le problematiche pratiche e costruttive, e occupandosi esclusivamente della  litolatria (venerazione delle pietre) constatiamo che tale pratica è presente in numerose religioni antiche e “primitive”. È evidente che le testimonianze oggettive del potere sociale, ma anche politico, del culto della pietra, si espressero in particolare con il megalitismo, fenomeno più vivido della litolatria il cui uso funerario (in particolare) sembrerebbe rispecchiare il riconoscimento della sacralità del materiale litico (5).
Vanno inoltre considerate le implicazioni connesse alla fertilità che possono aver svolto un ruolo molto importante nel culto della pietra: si tratta di implicazioni che si esprimono soprattutto nel simbolismo del fallo litico a cui si riallacciano culti e tradizioni (sopravvissuti nel folklore) destinati a relazionare la pietra alla procreazione.
Alla fecondità sembrerebbero allacciarsi anche i meteoriti, pietre particolari perché venute dal cielo e quindi, nelle culture antiche, espressioni particolarmente vive dell’epifania del divino.
Dalla pietra, e dalla sua rappresentazione, sembrerebbe essersi evoluto un modello divino: la parola
semitica beth-el (casa di dio) in età premosaica designava una pietra sacra e contemporaneamente il dio che in essa vi risiedeva. E ancora: l’immagine primordiale di Ermes era un cumulo di pietre evolutosi nella colonna itifallica; in alcuni casi Apollo era venerato con l’epiteto di Lithesios, che risulta chiaramente connesso alla pietra.
Dio era dentro la materia litica anche attraverso il culto del betilo, pietra cultuale dell’area semitica entrata nella tradizione del mondo classico: nella sostanza il betilo è il “dio di pietra” attestato in particolare nell’area siro-palestinese.
Greci e Romani fecero loro questo culto, trasformandolo e modificandone le sue peculiarità; nell’antica Grecia troviamo il termine baitylos indicante la pietra che la dea Terra aveva sostituito al neonato Zeus e che Crono ingoiò al posto del figlio. Il betilo era venerato a Delfi, ma anche i Romani sostenevano di possederlo e lo indicavano nella pietra di Termine (dio dei confini) depositata nel tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio.
In estrema sintesi, posiamo partire da un assunto basilare: le pietre (come gli alberi, le acque, gli astri, ecc.) assumono valenze e significati sul piano religioso secondo un processo mitopoietico attestato in tutte le culture. Come abbiamo visto, l’esempio più significativo dell’utilizzo di pietre in ambito rituale è costituito dal megalitismo, anche se intorno a questa espressione della tradizione cultuale non vi è accordo tra gli studiosi, sia per quanto riguarda il significato che le tecniche costruttive adottate per la realizzazione.

Al di là della fenomenologia megalitica in sé, le pietre sono entrate a far parte della tradizione magica, religiosa e mitica in relazione ad espressioni, funzioni e riconoscimenti simbolici varianti da cultura a cultura. Di conseguenza è abbastanza arduo pretendere di stabilire un’interpretazione universale applicabile alla litoliatria.
Sulla base degli studi di Elide, sembrerebbe di potere constatare che “l’ideologia litica” si qualifica con toni sacrali in relazione all’alterità della pietra, alla sua originalità e  potenza attribuite a valenze poste fuori della storia: “La durezza, la rudezza, la permanenza della materia rappresentata per la coscienza religiosa del primitivo era una ierofania. Niente di più immediato, di più autonomo che la pienezza della sua forza, niente di più nobile e di più terrificante che la roccia maestosa, il blocco di granito audacemente eretto. Prima di tutto, la pietra è... Nella sua grandezza e nella sua durezza, nella sua forma che appartengono a un mondo diverso dal mondo profano del quale egli fa parte” (6).
Di diverso avviso sono altri studiosi, ad esempio di Nola, secondo il quale “i processi di formazione dei miti e culti della pietra, pur nelle profonde differenziazioni evidenziabili nei differenti ambiti culturali, possono essere ricondotti molto spesso a esperienze umane, a forme di rappresentazione, a meccanismi simbolici che testimoniano un rapporto reale, pratico, utile con l’ambiente. E cioè, la qualificazione sacrale, nel mito e nel rito, di talune pietre, rocce, meteoriti, ecc. non rappresenta un avvenimento del sacro tout court, irrazionalmente inteso come realtà assoluta e invadente, ma riflette chiaramente l’atteggiamento dell’uomo di fronte all’ambiente, la spiegazione che egli dà all’ambiente in un rapporto mitopoietico” (7).
Riferendoci alla precisazione proposta da di Nola, sembrerebbe che l’uomo tenda a trasformare le “realtà naturali” in “realtà sacre”: in questo modo avverrebbe, in relazione alle necessità delle varie culture, un tentativo per dare una connotazione soprannaturale a quanto si sottrae al “normale” sistema di relazioni caratterizzante l’uomo e l’ambiente.
Tale configurazione del mito ha contrassegnato spesso l’indagine etno-religiosa, ad esempio quella di  scuola funzionalista.
Bronislaw Malinowski (1884-1952) studiando i miti che narrano le trasformazioni di personaggi primordiali in pietre nell’area oceanica delle Trobriand, non si appellò al sacro, ma fornì una spiegazione, a livello mitopoietico, del complesso ambientale: in pratica la  realtà diviene mitica nella misura in cui gli uomini hanno bisogno di trovare un senso al loro essere nella storia.
Per gli indigeni trobriandesi, alcune pietre entro le quali vi sarebbe l’antenato, costituirebbero un legame forte tra passato e presente, fornendo garanzie per la realtà attuale. Si aggiunga che l’origine di alcune credenze  sul “contenuto” mitico delle pietre, potrebbe anche essere ricercato in semplici analogie formali e materiali “della realtà che gli si presenta, con quella che egli ha costruito nei suoi miti (questa o quella pietra, questa o quella roccia divengono questo o quel personaggio, perché l’occhio ve ne vede i tratti fisici, le forme del corpo o ve li immagina).  In questo senso, le realtà naturali (alberi, pietre, ecc.) assumono una funzione utile per il gruppo, che trasforma l'ambiente inerte in un ambiente mitico la cui azione si dispiega utilmente” (8).
Naturalmente i casi sono numerosissimi: in ognuna delle pietre che rientrano nella sfera del mito e del sacro vi è, da parte dell’uomo, la volontà di tracciare un legame con un passato che non si vuole considerare completamente perduto ed è evocato attraverso il rito.
La grande pietra è così segno di un eterno presente, garanzia di immortalità; la sua mole e la sua forma  personalizzano l’ambiente e in certi casi l’antropomorfizzano, ma soprattutto lo rendono luogo immutabile.
La scelta di una pietra che sarà connotata con toni sacrali presenta alcune peculiarità che, ad una prima valutazione, sembrerebbero determinate da:
 
A - Forma
B - Colore
C - Origine (presunta)
D - Collocazione
 
Quasi sempre queste peculiarità risultano strettamente connesse a riferimenti di ordine mitico e di conseguenza considerate soprannaturali, comunque fuori dalla norma, altre. Forti di tali caratteristiche le pietre, le rocce e i gruppi litici naturali sacralizzati, si trasformano in vere e proprie protagoniste nelle varie culture in cui sono presenze costanti atte a garantire la stretta relazione tra naturale e soprannaturale. Nella coscienza collettiva, forma, colore, origine e collocazione di queste pietre non sono mai naturali, ma sempre determinate da fattori esterni, in genere connessi al mito.
L’impossibilità di dare un senso a quanto viene considerato anomalo, che non può essere “solo naturale”, ovviamente in relazione ai parametri degli osservatori, determina la trasformazione di quel soggetto (ad esempio un masso posto in una posizione considerata “impossibile”) in qualcosa di esterno e, in ragione della sua morfologia, di strettamente relazionato a personaggi e mondi lontani, nel tempo e nello spazio.
Nella sostanza, la litolatria conferma nelle sue tante forme e nelle evoluzioni che l’hanno caratterizzata fino alla tradizione folklorica, quanto forte e radicato sia il valore sacrale attribuito alla pietra che, paradossalmente, è un materiale di facile reperibilità e ampiamente sfruttato nelle tecnologie del passato.
Vi è quindi un humus simbolico di grande importanza che accompagna la pietra, da sempre: un valore arcaico profondamente radicato nella nostra memoria e stretto al nostro immaginario, da cui tra e continuamente linfa ed energia.
Nell’Antico e nel Nuovo Testamento i riferimenti alla pietra nei suoi molteplici aspetti simbolici connessi alla dimensione del sacro sono numerosi, anche in relazione all’enorme quantità di pietre che di fatto sono presenti in Palestina e nel deserto del Sinai.
Oltre alle numerose indicazioni pratiche relative all’uso della pietra (Levitico 14,54; Amos 5,11; Primo Libro dei Re 6,7; 7,9; Neemia 3,35) nell’Antico Testamento troviamo tutta una serie di espliciti riferimenti alle valenze sacrali della materia litica: uno tra gli esempi più indicativi è certamente costituito dal sogno di Giacobbe (Genesi 28, 10-22).
Quando Dio è partecipe diretto nell’esperienza umana, l’uomo lo celebra con la pietra, poiché materia adatta a garantire l’immortalità. La vittoria sui Filistei è consacrata da Samuele con l’erezione di una pietra: “Gli uomini d’Israele, usciti da Mizpa, inseguirono i Filistei e li batterono fin sotto Bet-Car. Samuele, prese una pietra, la drizzò tra Mizpa e Iesana e la chiamò Eben-Ezer dicendo: Fin qui ci ha aiutato il Signore” (Primo Libro di Samuele 7, 11-12).
La pietra è immortale, ma soprattutto è indenne dall’impurità e per questa sua caratteristica risulta più adatta per essere posta a stretto contatto con quanto appartiene al sacro. Ad esempio, i recipienti per la purificazione erano in pietra e non di argilla o di legno (Giovanni 2,6).
Ma soprattutto, solo per restare in ambito giudaico, basti pensare alle Tavole della Legge: “tavole di pietra, la legge e i comandamenti che ho scritto per istituirli” (Esodo 24,12). E in quelle tavole c’è la conferma della sacralità della pietra riconosciuta da Dio, il quale per primo ha scritto su quel materiale atto a confermare nel tempo, per sempre,  le sue regole. Nella pietra vi è Dio come si evince chiaramente nell’Esodo (17, 1-7) nell’episodio della roccia sull’Oreb dalla quale sgorgò l’acqua per il popolo di Mosè.
Ma la pietra da sola non poteva celebrare Dio, perché la stele poteva essere impregnata di sacro secondo la concezione monoteista, ma nello stesso tempo poteva essere espressione di rigurgiti pagani, in cui la pietra eretta risultava in diretta relazione con il simbolo fallico, con il conseguente richiamo alle divinità maschili, guerriere e sanguinarie.
Infatti, queste pratiche furono severamente vietate: “Non pianterai un palo sacro di qualsiasi legno accanto all’altare del Signore tuo Dio che ti sarai costruito; né erigerai una stele, che è in odio al Signore tuo Dio” (Deuteronomio 16, 21-22).
A tratti vi è quindi una certa ambiguità nel culto della pietra: ambiguità che si esprime soprattutto nella costante tensione tra consentito e vietato, all’interno del linguaggio cultuale del monoteismo. In pratica il peccato è presente nella valenza fallica della pietra, quella che viene posta in relazione al paganesimo.
Ne consegue che la pietra è sacra, nella tradizione vetero e neotestamentaria, quando è innalzata per celebrare Dio e assume funzione di esprimere la divinità perché in essa risiede lo spirito di Dio. La pietra può anche essere allegoria per esprimere la potenza divina: “Il Signore è una roccia e una fortezza (…) una rupe in cui mi rifugio” (Secondo Libro di Samuele 21,2).
Ma la problematica separazione tra il complesso significato teologico e il simbolismo fallico, non appare risolvibile sul piano della rappresentazione, in particolare per quanto concerne l’ambito archeologico, in cui la relazione tra reperti e testi non sempre è facilmente individuale.
Nel Nuovo Testamento la pietra diviene presenza necessaria sul piano reale e su quello simbolico per la costruzione della Chiesa: ne abbiamo traccia nella celebre affermazione di Cristo riportata nel Vangelo di Matteo: “Tu sei Pietro e su questa Pietra edificherò la mia chiesa” (16,18).
La pietra in cui vi era Dio adesso assume una valenza antropologicamente coerente e si struttura nell’immagine della chiesa-edificio, metafora per dare un luogo di riferimento all’opera di diffusione del Verbo.
In genere, nel Nuovo Testamento il termine pietra è spesso accompagnato da un aggettivo qualificativo e risulta usato in riferimento a Cristo e in misura minore alla sua comunità, la Chiesa. Nella maggioranza dei casi i passi in cui si fa riferimento alla parola lithos sono presenti nei Sinottici in particolare Matteo. In alcuni casi Cristo è paragonato ad una pietra, come nel caso di Marco (12,10) che  rifacendosi ai Salmi (118,22) indica Cristo come “pietra angolare”.
In realtà l’espressione tenderebbe a rimandare ad un’immagine simbolica che si riferisce all’architettura e trova in questo ambito una chiara allegoria per esprimere la forza di Cristo nell’unire gli uomini. Ne abbiamo una conferma precisa con San Paolo quando nella Lettera agli Efesini indica Gesù come colui che regge il tempio della fede: “Il vostro edificio ha per fondamento gli apostoli e i profeti, mentre Gesù Cristo stesso è la pietra angolare, sulla quale tutto l’edificio in armoniosa disposizione cresce come tempio santo del Signore, in cui anche voi siete incorporati nella costruzione come dimora in Dio nello Spirito” (2,20).
Un interessante riferimento al rapporto di Cristo con la pietra è rinvenibile nell’episodio della tentazione, quando il diavolo esorta il Messia a trasformare le pietre in pane (Matteo 4,3). Nel caso specifico non si tratta solo di un riferimento all’analogia della forma esteriore esistente tra la pietra e il pane, ma anche dell’influenza del mito greco secondo il quale dopo il diluvio, gli uomini sarebbero nati dalle pietre che Deucalione aveva seminato. In effetti, alcune tradizioni semitiche indicano la nascita dell’uomo da una pietra.
Il termine pietra, dal latino petra, deriva dal greco, ma la sua etimologia è incerta e non si conosce con precisione la genesi di questa parola così diffusa e ricorrente. A questo punto, per avere una visione più ampia dei tanti significati della pietra, sia nella sua implicazione con il sacro che in quelle esterne alla dimensione del culto e del rito, scorriamo rapidamente alcune delle più significative valenze che ha assunto nella tradizione.
Pensiamo all’uso che ne facciamo nel linguaggio quotidiano. Ogni giorno noi ci riferiamo ad allegorie e metafore in cui sono contenute espressioni come: cuore di pietra, metterci una pietra sopra, avere una pietra sullo stomaco, pietra dello scandalo, ecc. ecc.
La pietra può essere di paragone indicante, metaforicamente, un termine di confronto all’interno di un discorso figurato; concretamente si tratta di una varietà di diaspro: Teofrasto, nel De Lapidibus, ne indica la provenienza dall’Armenia e Plinio lo descrive con i nomi di Lapis Lydius e Eracleia.
Nella tradizione popolare, oltre il ricorso alle definizioni precedentemente indicate, troviamo la “pietra gravida” (limonite) considerata un talismano per assicurare una buona gravidanza; mentre la “pietra latteriale”, nome dato ad alcune varietà di agata e calcedonio, avrebbe la proprietà di favorire la secrezione del latte e garantire un buon allattamento del neonato.
In passato, nella medicina popolare e nella religiosità, erano piuttosto diffuse le cosiddette “pietre del fulmine”: quasi sempre cuspidi di freccia preistoriche montate a ciondolo e considerate resti lasciati dai fulmini abbattutisi al suolo.
Una collocazione a sé è dovuta alla Pietra filosofale. Si tratta dello strumento primario all’interno della tradizione alchemica, che con le sue proprietà soprannaturali avrebbe la funzione di garantire la trasformazione di qualunque materiale impuro in oro.
La Pietra filosofale rappresenta il fine ultimo dell’impresa alchemica: naturalmente questo soggetto è stato interpretato attraverso varie chiavi di lettura che vanno da quella esoterica a quella psicologica e psicoanalitica.  Se dal punto di vista esoterico la Pietra filosofale costituisce la lapis che consente attraverso un percorso sostanzialmente magico di intervenire nell’inalterabilità della materia, da quello psicoanalitico rappresenta la proiezione del traguardo dell’ascesa interiore condotta dall’uomo alla ricerca del proprio Io.
Concludiamo questo capitolo soffermandoci brevemente sulla pietre meteoritiche che assumono valenze soprannaturali perché provengono dal cielo e quindi risultano manifestazione di una potenza “altra”, esterna e non controllabile dall’uomo, anzi superiore ad esso. In genere, sono avvolte da regole e tabù che controllano i trattamenti sacrali a cui sono sottoposte.
I meteoriti presentano un’importanza particolare nella storia delle religioni: tra gli esempi più significativi ricordiamo la “Pietra di Pessinunte” (oggi Balhissar, in Turchia), immagine aniconica della dea Cibele e portata a Roma nel 205 a.C. dove fu posta in un apposito tempio preparato sul Palatino e la Ka’bah della Mecca.
 
Messaggi litici
Lo studio delle incisioni rupestri, di qualunque parte del mondo, consente di ripercorrere le varie fasi di un linguaggio attraverso il quale l’uomo ha cercato di comunicare con gli altri uomini e probabilmente con la divinità. Scene di caccia, di agricoltura, di vita domestica e di battaglia, oltre ad un ampio complesso figurativo che potrebbe essere connesso al rito e alla religione, sono tematiche ricorrenti tra i soggetti realizzati sulle pietre questo corpus di rappresentazioni, dal dalle ultime fasi del Paleolitico fino a tutta l’Età del Rame e del Bronzo, ha costituito la più emblematica espressione  del bisogno dell’uomo della preistoria di “raccontare” la propria esistenza. Forse di pregare.
L’attestarsi di civiltà provviste di scrittura produsse un repentino rallentamento dell’arte rupestre che, in breve tempo, divenne una forma di comunicazione sempre più rara, senza comunque scomparire definitivamente. Infatti, parte del patrimonio simbolico di quest’arte è ancora oggi vivo nel folklore e nella tradizione (9).
In generale, lo studio di queste testimonianze permette non solo la conoscenza della cultura della preistoria nelle sue numerose espressioni, con particolare riferimento alla spiritualità, alla tecnologia e alla micro-quotidianità, ma consente anche di porre in rilievo la ricaduta di questo patrimonio grafico nel folklore moderno.
Infatti, le rocce sulle quali sono presenti incisioni rupestri molto spesso sono entrare a far parte della tradizione popolare e inserite in credenze, rituali e interpretazioni mitiche. Si passa dalla toponomastica (una roccia con incisioni, non necessariamente preistoriche, spesso è indicata con “Pietra del diavolo”, “delle streghe”, “dei folletti”, ecc.) alla ritualità diretta (inserimento di offerte all’interno delle cavità litiche in occasione di festività cristiane, o pagane reinterpretate), fino alla continuazione della pratica di incidere sulle grandi pietre segni di vario tipo, poiché azione di buon auspicio, o comunque quasi sempre caratterizzato da una base mitica.
Oggi lo studio dell’arte rupestre preistorica e protostorica non può fare a meno di considerare le implicazioni etnografiche, tenendo così conto delle relazioni con la cultura locale e le connessioni con il piano della religiosità e della mitologia.
L’argomento è sconfinato e soprattutto non può essere affrontato in modo generico, poiché l’arte rupestre non è una manifestazione a sé stante, ma si collega, attraverso molteplici canali, a tutta una serie di ambiti della cultura dell’uomo, in passato come oggi (10).
“Le incisioni rupestri, le pitture parietali, in tutte le categorie figurative e nelle diverse realizzazioni tecniche, le opere d’arte mobiliare, le espressioni decorative caratterizzanti anche oggetti e strumenti d’uso comune, i disegni e i colori che ornano le pareti di una capanna, i corpi degli iniziandi o dei partecipanti a diversi tipi di cerimonie, ed i semplici disegni tracciati nel fango o nella sabbia o quelli che caratterizzano pelli, stoffe o cortecce, sono solo l’apparente di realtà molto complesse e profonde che a noi sembrano oggi in alcuni casi palesi, leggibili ed interpretabili, ma che invero sono da noi lontane e spesso incomprensibili nella loro reale essenza” (11).
Fatte le dovute distinzioni tra incisioni figurative e non figurative (le prime quantitativamente molto inferiori rispetto alle seconde), nell’arte rupestre preistorica possono essere individuati alcuni temi iconografici e modelli ricorrenti. Ricordiamo i principali, tenendo conto che non è possibile effettuare un elenco completo, in quanto possono essere presenti alcune formule originali e caratteristiche di un sito ma assenti in tutti gli altri:
 
coppelle (12)
coppelle con canaletti
affilatoi
crociformi
circolari
spiraliformi
labirinti
impronte (mani; piedi)
simboli sessuali
geometrici (reticoli, filetti, complessi)
armi
strumenti e utensili
animali
animali associati all’uomo (agricoltura, caccia, altro)
abitazioni
imbarcazioni
carri
attività agricola
attività venatoria
attività lavorativa (esclusa agricoltura e caccia)
attività bellica
antropomorfi: mascheriformi; schematici; articolati; mostruosi.
 All’interno di una valutazione etno-archeologica vanno considerate anche alcune relazioni tra l’incisione rupestre e il contesto:
posizione rispetto al sito antropizzato (preistorico e/o moderno) (13)
caratteristiche della geomorfologia
rapporti con le vie di comunicazione
patrimonio mitico locale
persistenza di tradizioni rituali nella cultura locale.

Sulla base delle attuali conoscenze, provenienti dall’osservazione statistica delle incisioni documentate, è possibile constatare che la maggior parte di questi segni è collocata nei pressi di vie di transito (sentieri-mulattiere). Per gli esperti questa relazione, “prescindendo ancora una volta da ipotesi di attribuzione del significato che potrebbe suggerire una funzione di segno territoriale o di percorso, tale rapporto testimonia come minimo la persistenza nel tempo di determinate vie di comunicazione montane, e la loro notevole capillarità, vista la grande quantità di incisioni rupestri” (14).
Si tratta di un’indicazione importante, anche se certamente non risolutiva: la collocazione delle incisioni rupestri nei pressi delle vie di transito può indicare la necessità di “far vedere” l’incisione, al di là del suo effettivo significato.
Tralasciando le abusate identificazioni di tradizione romantica, tanto care alla fanta-archeologia, che legano massi e pietre con incisioni al sacrificio, al culto cruento, fino agli extraterrestri, sembrerebbe comunque evidente una relazione tra soggetto inciso e il posizionamento del supporto litico, anche se non costituisce un dato assoluto.
La questione assume toni ancora più problematici se si considera la difficoltà di stabilire una collocazione cronologica precisa: infatti, spesso viene usato senza la dovuta cura l’aggettivo “preistorico”; si tratta di un errore filologico grave poiché non tutte le incisioni rupestri sono preistoriche e, soprattutto, spesso non è possibile datarle. Ciò è dovuto ad una serie di motivazioni:
a.    la pietra non può essere sottoposta ad esami come i reperti organici
b.    quanto le incisioni rupestri presentano peculiarità che potrebbero collocarle in ambito preistorico, mancano apporti di tipo archeologico (scavi, reperti, ecc.) che consentirebbero di fissare alcuni punti fermi di tipo cronologico e culturale
c.    alcuni “tipi” e “segni” rinvenibili nell’arte preistorica, sono entrati a far parte dell’apparato simbolico delle culture successive, spesso senza soluzione di continuità
d.    le incisioni rupestri sono presenti in piccoli gruppi, prive di elementi di contesto” che possono facilitarne l’interpretazione a 360 gradi.

Oggi, gli studiosi, anche con il contributo di ampie campionature, cataloghi e schedature, sono nella condizione di effettuare confronti tipologici che consentono di restringere l’area cronologica, pur senza raggiungere, salvo pochi casi, una certezza assoluta.
Da sempre, relazionate al mito e alla religiosità, le incisioni rupestri sono una presenza che è parte integrante della cultura popolare. Quei “segni strani” hanno accompagnato l’uomo dall’alba dei tempi, che li ha trovati nella propria realtà, pur senza conoscerne l’origine: spesso si è limitato a considerarli tracce legate al mondo occulto, al paganesimo.
Solo nella metà del XVII secolo le incisioni rupestri sono entrate a far parte della storia ufficiale: è Pietro Gioffredo, autore di Monumenta historiae patriae, che dopo aver visitato l’area del Monte Bego, scrisse alla moglie una lettera (1650) in cui descriveva le incisioni come rappresentazioni demoniache, determinando un’immagine destinata a perdurare per molto tempo nell’immaginario collettivo.
Lo studio scientifico dell’arte rupestre inizia due secoli dopo, sempre nella stessa area, con Clarence Bicknell; dai primi del Novecento vi sarà un crescendo di ricerche e studi che via via contribuiranno a creare un nuovo e affascinate segmento dell’archeologia preistorica.
La maggiore concentrazione di incisioni rupestri si registra nell’Italia Settentrionale, in particolare nell’area alpina, dove vi sono due siti con migliaia di opere del genere: la Val Camonica e la Valle delle Meraviglie.

 
Segni e pensieri
“Esiste una stretta connessione tra sviluppo della abilità pratica in una particolare industria e attività artistica. L’arte ornamentale, in particolare, si è sviluppata proprio in quelle industrie in cui si è raggiunta una grandissima abilità, perché, produzione artistica e abilità sono strettamente correlate” (15).
La precedente osservazione di Franz Boas, uno dei maestri dell’antropologia moderna, ci sembra idonea per sottolineare un aspetto non sempre valutato con la dovuta attenzione: la stretta relazione che regola l’arte rupestre alla tecnologia.
Partendo dal presupposto che questo genere di pratica presenta due tipologie fondamentali (figurativa e non figurativa), dobbiamo tener conto che non tutte le espressioni di questa arcano fenomeno del linguaggio sono uguali sul piano della tecnica esecutiva. Sono infatti sostanzialmente quattro le tecniche identificate:
 
1.    pittura
2.    incisione
3.    graffito
4.    picchettatura.
 
Pur non entrando nel merito degli aspetti eminentemente tecnici, sui quali non possediamo le necessarie conoscenze, ma che possono essere conosciuti attraverso gli studi di specialisti qualificati (16), ci limitiamo ad alcune osservazioni generali sul background tecnico e culturale dell’arte rupestre:
 
a.    scelta della superficie
b.    scelta del soggetto da raffigurare
c.    tipologia degli strumenti utilizzati
d.    tecnica adottata
e.    tempo richiesto
f.    posizioni e movimenti dell’esecutore.
 
Ausilio Priuli, uno dei maggiori esperti di arte preistorica, ha proposto una serie di tipologie esecutive che costituiscono un panorama ampio, in grado di raccogliere sostanzialmente tutte le tecniche di lavorazione:
 
a.    tracciati digitali: segni realizzati con le dita sull’argilla, o con le mani coperte di colore: si tratta di una tipologia maggiormente presente nell’arte paleolitica in grotta
b.    graffiti filiformi
c.    graffiti ripetuti
d.    incisioni per picchettatura
e.    incisioni per raschiatura
f.    incisioni per intaglio
g.    incisioni a percussione diretta
h.    incisioni a percussione indiretta.
 
Va inoltre considerato che le incisioni rupestri possono essere realizzate con strumenti di pietra o di metallo: evidentemente i risultai saranno diversi. Nel primo caso le picchiettature dell’incisione saranno variabili in relazione alle trasformazioni subite dallo strumento nel corso dell’uso; nel secondo caso le picchiettature presenteranno una sezione costante.
Fatte queste generali e superficiali osservazioni di ordine tecnico, ritorniamo ad occuparci degli aspetti culturali che contrassegnano l’arte rupestre.
A livello generale, non dobbiamo mai dimenticare che il significato di uno o più segni non è costante nel tempo e nello spazio: ciò costituisce un’ipoteca pesante per l’interpretazione e che non può prescindere dalla conoscenza del contesto culturale in cui quel segno è stato realizzato.  Soprattutto, devono essere considerate le implicazioni di ordine antropologico, che di fatto sono quelle destinate ad accrescere le nostre conoscenze ed a suggerire ipotesi per collegare il passato con il presente.
Dobbiamo poi considerare che quando gli antropologi parlano di incisione rupestre danno alla definizione un’estensione più ampia di quella esclusivamente archeologica: infatti considerano arte rupestre non solo pitture e incisioni presenti sui massi e affioramenti, ma anche segni del genere su elementi architettonici e altre strutture in pietra inserite all’interno di uno spazio antropizzato. Spesso sono proprio questi segni a possedere notevoli valenze di ordine etnografico che consentono importanti valutazioni sul piano storico e culturale.
Su questa linea di pongono altre fonti di rilevante interesse.  Le prime sono contrassegnate da una sorta di continuità segnica: vale a dire la persistenza di motivi grafici  e di varia forma presenti nell’arte geometrica più antica ed entrati a far parte del patrimonio simbolico del folklore.
Le seconde sono invece le fonti letterarie: in genere di tradizione cristiana, nelle quali uomini di Chiesa, nell’altomedioevo, prendevano posizione nei confronti delle varie forme di saxorum veneratio fino a considerare queste pratiche culto del diavolo (l’iscrizione sulla pietra è forse la manifestazione più tollerata, mentre erano sottoaccusa soprattutto i vari tipi di culto praticati sui massi erratici e sui megaliti) (17).
Osservando globalmente l’attuale patrimonio culturale costituito dalle testimonianze rupestri che non fanno parte dei grossi complessi (Monte Bego e Valcamonica), costatiamo che esse appaiono spesso isolate o in piccoli gruppi; si tratta quindi di definire una metodologia di studio, ma anche di semplice osservazione, scevra dalle influenze dei miti moderni:
a.    aspetti tecnici già indicati
b.    variabilità del segno (naturale, dovuto a sovrapposizioni in periodi storici diversi)
c.    considerare le implicazioni culturali locali che possono aver determinato  la realizzazione di varie forme di arte rupestre, la loro  alterazione e/o continuazione nel tempo.

Una attenzione del tutto particolare deve essere rivolta alle implicazioni folkloriche: in questo senso sono di grande interesse gli aspetti toponomastici. Infatti, spesso le superfici istoriate sono contrassegnate da nomi che le pongono in relazione all’universo mitico e fantastico.
Nello studio dell’arte rupestre le fonti di carattere toponomastico sono quindi di grande interesse, anche se però si tratta di documenti da prendere cum grano salis.
Partiamo da un fatto: alcune pietre e massi incisi sono indicati, nei vari dialetti, con nomi che si riferiscono a termini legati al mondo mitico e religioso (fate, streghe, uomini selvatici, diavolo, ecc.). Spesso queste masse litiche risultano diversamente importanti dal punto di vista archeologico, in genere sono comunque caratterizzate da “segni” strani (non di rado naturali) che ne hanno enfatizzato la caratura magico-mitica.
A questo punto va osservato che la specifica toponomastica non è conferma del coinvolgimento di quella pietra, da tempi lontanissimi, nell’universo mitico locale. Infatti, può trattarsi di nomi di origine recente, anche molto recente, e frutto dell’enfasi contemporanea.
Più credibili quei toponimi che si riferiscono alle peculiarità fisiche o funzionali delle rocce, tipo: “Pietra forata”, “Pietra marcia”, “Pietra della vergogna”, ecc.
L’analisi toponomastica può essere condotta cercando di non limitarsi ad un metodo analitico legato ad uno specifico campo d’indagine, poiché, oggi, uno studioso “a meno che gli non sia piuttosto privo di immaginazione, non può rimanere indifferente agli interessi reciproci che legano la linguistica all’antropologia e alla storia della cultura, alla sociologia, alla psicologia, alla filosofia e, più lontana, alla fisica e alla fisiologia” (18). Insomma, si definisce una sorta di circolarità della ricerca che non pregiudica la specificità di ciascuna disciplina, che può mantenere inalterata la sua identità metodologica.
Hanno occupato un ruolo a parte le cosiddette “Pietre della vergogna” sulle quali si “andava dal culo”: cioè si era insolventi. Oggi, davanti ad un fallimento, banche, avvocati ecc. si impegnano per punire come merita  il bancarottiere: i mass media fanno il resto. In passato le cose andavano in modo diverso. In varie città del nostro Paese esisteva la cosiddetta “pietra per andare dal culo”, dove coloro che non potevano fare fronte ai debiti erano costretti a subire una pena alquanto originale: dopo essere stati privati di pantaloni e di mutande, erano sollevati  da alcuni incaricati del comune e il deretano dell’insolvente era fatto sbattere più volte con violenza sulla superficie della pietra. Ovviamente l’entità della punizione variava in relazione all’ammontare del debito. A Torino, ad esempio, la pietra del giudizio si trovava alla base della torre civica incompiuta, e fu in seguito rimossa per ordine del Comune.  Mentre i condannati subivano la loro pena dovevano dire: Cedo bonis, cioè “estinguo il mio debito”. Ancora oggi nel dialetto l’affermazione “battere il culo sulla pietra” è sinonimo di fallimento.
Il legame incisione rupestre-universo fantastico, si estrinseca anche chiamando in causa personaggi storici o inventati, ai quali si legano tracce e segni presenti sulle superfici litiche, in modo del tutto irrazionale e anacronistico.
Se ci soffermiamo rapidamente ad osservare i legami immaginati tra le testimonianze dell’arte rupestre, figure e fatti mitici del folklore attuale, incontriamo una serie di temi ricorrenti che ci consentono di indicare un’incisione come: traccia del diavolo; solchi di carri lasciati da figure mitiche, comunque molto lontane nel tempo, tracce attribuite a streghe, fate, folletti, ecc.; tracce attribuite agli eretici; “sedili” della Madonna e santi di passaggio; impronte della madonna, santi e vari personaggi del Nuovo Testamento; tracce di martiri: segni del loro passaggio o macchie che ne testimoniano il martirio; quando i segni sono cruciformi vengono attribuiti ai santi di passaggio, in alcuni casi famosi; tracce di personaggi storici.
Per una visione più ampia del bacino culturale dell’incisione rupestre è fondamentale considerare:
 
 •    posizione rispetto al centro abitato
•    situazione geomorfologia locale
•    patrimonio mitico locale
•    livello di convivenza, nelle forme mitico-rituali locali, tra precristiano e cristiano
•    rapporti con le vie di transito
•    persistenza di motivi e temi dell’arte rupestre nella tradizione decorativa agro-pastorale.
 
Globalmente, il patrimonio costituito dall’arte rupestre dimostra la propria complessità epistemologica: complessità che, ancora oggi, malgrado le importanti acquisizioni dell’indagine scientifica, è oggetto di accesi dibattiti su vari fronti.
Va inoltre considerato che molte teorie che prendono in esame il significato dell’arte rupestre si soffermano soprattutto sulle sue implicazioni di ordine magico-religioso. Spesso l’osservazione di questo esclusivo ambito, per quanto importante, ha posto in rilievo prevalentemente gli aspetti più eclatanti di questa espressione della cultura, quelli colmi di quel simbolismo che dall’universo visionario romantico sono passati alla New Age.
Partendo da un assunto di Karl Popper, “il progresso della conoscenza consiste principalmente nella modificazione delle nostre conoscenze precedenti” (19), giungiamo alla conclusione che l’arte rupestre non può essere circoscritta ad una sola teoria o ad un ristretta cerchia di funzioni. Inoltre, riprendendo ancora Popper, possono esserci grandi differenze tra quanto pensiamo dell’arte rupestre e quanto effettivamente “fu” ed “è”; ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che il suo significato, pur accettando l’universalità di un segno e avendo presente le teorie sugli archetipi, non è strato sempre uguale: “anche se qualche volta, ad esempio in archeologia, può darsi che si progredisca grazie ad un’osservazione casuale, il significato della scoperta dipenderà di solito dal suo potere di modificare le nostre teorie precedenti” (20).
Nella sostanza, le certezze sul ruolo e il significato dell’arte rupestre possono essere oggetto di parziali riletture e interpretazioni. Forse anche queste sua peculiarità contribuisce ad assegnarle quei toni e quell’aura un po’ misteriosa che, ancora oggi continuano ad affascinarci.
 
Il “mistero” delle coppelle
Con coppella si intende  una cavità di varie dimensioni scavata su rocce isolate, ma è anche presente nei pressi delle abitazioni, sui muretti a secco e in qualche caso direttamente sui gradini delle case contadine: globalmente queste realizzazioni sembrerebbero prive di apparente funzione.
Il problema si pone su due piani: le coppelle ebbero una funzione simbolica, connessa al rito e al mito, oppure svolsero un ruolo pratico ben preciso?
Inoltre, il linguaggio criptico che nasce dalla presenza di più coppelle su un identico piano, rende difficile un’interpretazione oggettiva e offre il fianco a molteplici illazioni. Illazioni che aumentano a dismisura quando le coppelle sono collegate da canaletti scavati nella roccia, dando così forma ad un complesso grafico che è stato indicato come improbabili carte celesti o mappe topografiche. È stata anche suggerita l’ipotesi che i grandi massi con coppelle fossero una sorta di altare destinato ai sacrifici, cavità e canaletti si sarebbero colmati con il sangue delle vittime immolate a qualche oscura divinità. Anche questa è un’interpretazione che ha pesantemente risentito dell’influenza romantica, sempre ben disposta ad ammantare con l’aura del mito i documenti archeologici meno conosciuti. È possibile che le coppelle fossero realizzate con funzione apotropaica e protettiva; al momento non vi è però un’interpretazione unica condivisa da tutti gli studiosi.
In generale gli studiosi sono concordi nell'identificare nella coppella un significato principalmente rituale e religioso; ma non mancano ipotesi tendenti ad indicare le rocce con coppelle come raffigurazione topografiche o mappali.
Nelle nostre terre, le coppelle sono distribuite in modo omogeneo, trovando una propria collocazione nel folklore locale, che in esse ha voluto individuare le impronte delle fate, della Madonna, di Pilato, di Erode, del diavolo, o di uno dei tanti martiri tebei che, nella Gallia Cisalpina, sono diventati una costante nell'agiografia dell'evangelizzazione.
Alcuni considerano le coppelle una forma “secondaria” di incisione rupestre: ciò è determinato soprattutto dal fatto che queste realizzazioni risalgono anche a periodi recenti; inoltre vi è anche la possibilità che alcune forme naturali di erosione siano confuse con le coppelle. Osservando  globalmente queste realizzazioni, constatiamo che spesso si tratta di incisioni poste in gruppo, sono infatti più rare le coppelle singole, cioè non inglobate all’interno di un complesso grafico più ampio.
L’elemento eminentemente archeologico risulta qui spesso di minore importanza rispetto a quello etno-antropologico: infatti il loro senso si inquadra all’interno di un progetto culturale per noi in gran parte sconosciuto, ma tendenzialmente ascrivibile alla sfera rituale.
Le coppelle più antiche appartengono al Musteriano e sono state ritrovate in Francia, a  La Ferrassie, sulla pietra di copertura di una tomba infantile. Vi sono poi quelle che datano datato al massimo un secolo e sono il frutto di operazioni apotropaiche di pastori e contadini locali. Era infatti diffusa la credenza che attribuiva ai massi coppellati il ruolo di “parafulmine”: la grande e naturale scarica elettrica si sarebbe infatti abbattuta con tutta la sua forza sui massi contrassegnati da quelle incisioni risparmiando quanto vi era intorno.
Risulta evidente che per provare a farsi un’idea realistica del potenziale utilizzo della coppella, è necessaria un’analisi calata nelle singola realtà e non condizionata dal desiderio di giungere ad una interpretazione unitaria applicabile globalmente.
Osservando in panoramica le rocce con coppelle, possiamo suggerire una prima suddivisione tipologica:
 
a.    coppella singola
b.    coppelle multiple (disposte senza un’apparente regola, che sembra seguire un’impostazione grafica determinata)
c.    coppelle multiple collegate con canaletti
d.    coppelle “a vaschetta” (in genere di forma rettangolare)
e.    coppelle a raggiera
f.    coppelle con annesse incisioni cruciformi
g.    coppelle associate ad altre incisioni rupestri.
 
Può capitare con frequenza di trovare coppelle su massi situati in ad aree di culto cristiano: non sempre è possibile stabilire se quelle iscrizioni sono precedenti o successive alla realizzazione del complesso religioso.
Tra i primi studi scientifici sulle coppelle va posto quello di Antonio Magni che nel 1901 (21) affrontò sistematicamente l’argomento, cercando di gettare le basi per una prima razionale interpretazione di queste singolari incisioni rupestri.
Magni indicava come il fenomeno fosse ampiamente documentato nel tempo e nello spazio (relativamente alla quantità di siti allora noti) chiarendo: “Sono chiamate in Italia le pietre a scodelle a piacimento: pietre cupelliformi, cupellari, cupellizzate, scudellati, a bacini”. Quindi lo studioso poneva in rilievo la caratura mitica che le contrassegnava nelle varie località in cui erano presenti: “pietre dei pagani, dei druidi, delle fate, dei piccoli (anime dei morti)”.
In seguito venivano posti in rilievo i diversi significati attribuiti a queste espressioni dell’arte rupestre, significati ancora oggi spesso evocati quando si cerca di capire “che cosa intendessero dire” gli autori di quelle singolari realizzazioni:
 
a.    raffigurazioni di “costellazioni”
b.    carte topografiche
c.    simboli legati a culti funebri
d.    raffigurazioni di greggi
e.    raffigurazioni di gruppi familiari
f.    “prodotto dell’ozio dei popoli”.
 
Come si evince da questo sommario elenco, alcune delle ipotesi suggerite da Magni sono oggi completamente abbandonate in ambito scientifico; lo studioso poneva in rilievo un aspetto importante: la persistenza, fino a tempi recenti, di rituali della tradizione popolare europea aventi come elemento simbolico la coppella. Ciò sarebbe evidente in particolare nella documentata pratica folklorica, che prevede il riempimento di quelle cavità con olio, grasso e altri materiali infiammabili, e quindi l’accensione in alcuni periodi dell’anno (in particolare in occasione della feste dedicata ai defunti).
Indubbiamente non è senza significato che in alcune culture, le coppelle abbiano mantenuto un peso rilevante nella tradizione popolare, anche se ciò non costituisce una “prova” del loro ruolo nelle culture più antiche, rappresenta comunque un indice etnografico significativo.
Se osserviamo in panoramica gli studi che direttamente o indirettamente trattano le coppelle, siamo colpiti dalla grandissima quantità di ipotesi sul loro significato e funzione, via via proposto dagli studiosi. Alcune sono chiaramente fantastiche, altre, pur partendo da una base razionale (registrazione di persone e animali) risultano difficilmente situabili in una teoria applicabile gobalmente.
Se ci basiamo sugli studi scientifici a noi noti, possiamo ipotizzare due grandi ambiti interpretativi:
 
a.    funzione e significato rituale
b.    funzione atta a segnare indicare.
 
Nel primo ambito possiamo solo supporre il tipo di ritualità che potrebbe aver caratterizzato, nel passato remoto, quelle singolari realizzazioni, infatti sono praticamente inesistenti le fonti antiche in grado di fornirci informazioni in questo senso.
Abbiamo invece testimonianze etnografiche che certificano l’inserimento della coppella (senza considerare la datazione) nella cultura popolare.
In questo caso l’inserimento è documento dalla toponomastica (Pietra delle fate, della strega, degli elfi, ecc.); nell’altro da tutta una serie di pratiche rituali che si esprimono con molteplici attività. Impossibile elencarle tutte, poiché assumono caratteristiche diverse in relazione all’area geografica. Si passa dalla raccolta di offerte nelle cavità litiche per celebrare festività del calendario cristiano, a pratiche superstiziose e connesse alla medicina popolare (ad esempio considerare terapeutica l’acqua piovana fermatasi nella coppella).
Nel secondo ambito la funzione della coppella è quella di indicare: i massi con queste incisioni sarebbero un sistema quasi “anagrafico”, oppure parte di un complesso più ampio che nell’insieme costituisce una sorta di mappa topografica. Indubbiamente ipotesi affascinanti, anche se difficilmente verificabili sul territorio a causa delle modificazioni subite nel tempo dall’ambiente.
Appare comunque arduo attribuire tout court i massi coppellati una funzione “topografica”, mentre risulta decisamente più in linea con le conoscenze etno-antropologiche note, ipotizzare più di una  funzione. È altresì importante tener conto - sulla base delle ricerche condotte dagli archeologi - della possibilità di individuare una base cronologica in riferimento alla tipologia dell’incisione: “coppelle piccole, poco profonde, prive di canaletti, a sezione spesso subsonica sono frequentemente attestate in contesti di presumibile datazione al Neolitico avanzato-finale (…) mentre coppelle profonde a forte martellinatura, talvolta levigate, con sezione a U appaiono in contesti nettamente della prima età del Ferro (..) o in aree elevate di abitati della seconda età del Ferro (…) in questo caso in associazione spesso a canaletti e vaschette e per lo più con dimensioni molto larghe, sezione a spigolo vivo, forma cilindrica precisa e rifinita con un levigatolo in pietra (…) sembra evidente che la frequente attestazione delle coppelle in assenza di incisioni figurative in momenti in cui si conoscono stili definiti di arte rupestre anche nelle nostre zone, non può non essere legata ad un significato e ad un carattere particolari delle rocce a coppelle, probabilmente evolutosi nell’ampio arco di tempo in cui queste risultano attestate” (22).
 
 

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Ultimo aggiornamento (Lunedì 10 Dicembre 2012 10:26)

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