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Home Recensioni Le icone di Hiroshima

Le icone di Hiroshima

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Sezioni articoli - Recensioni
 
 
LE ICONE DI HIROSHIMA
fotografie, storia e memoria
 
Un libro di Annarita Curcio
 
Recensione a cura di Sabrina Biganzoli (Sentinel Italia)
 
In questo suggestivo ed interessante libro, l’autrice, Annarita Curcio ha voluto sottolineare due dei drammi più terribili ed inquietanti della seconda Guerra Mondiale; le tragedie dimenticate come quelle abbattutesi su Hiroshima e Nagasaki con un’esigenza fondamentale: ripristinare ed omologare la memoria delle vittime, dove, il crimine vero, lo compirono coloro che riscrissero la storia, dopo la fine della guerra.
I tremendi fatti ebbero un immediato eco che attraversò i canali classici di trasmissione di tutto il mondo in modo imponente. Le foto che hanno fatto la storia sono davvero senza precedenti.
L’autrice, con un affine senso critico, spiega quanto una fotografia-icona sia davvero un canale primario dell’informazione.
Due, sono le immagini imponenti e più importanti di questa vicenda; la prima raffigura il”famoso” fungo atomico, la seconda immagine è la foto di un’adolescente di dodici anni Sadako Sasaki, morta nel 1955 per effetto delle radiazioni; icona del movimento dei bambini per la pace di Hiroshima.

Con lo sgancio della bomba atomica nell’agosto del 1945 su Hiroshima e Nagasaki, si capitolò la resa del Giappone e la fine della II Guerra Mondiale.
Il Giappone era ridotto in macerie, fu subito istituita una censura militare, repressa qualsiasi forma di informazione sulla portata del disastro sulle due città. Nessuna informazione esatta alla popolazione ne tantomeno a fotoreporter e media. Una censura mediatica che contribuì alla non-elaborazione del trauma e ad una rimozione del ricordo della bomba atomica e dell’imponente disastro. Una sconfitta atroce.
Partendo con ordine, la Curcio espone, in maniera diretta e specifica cosa successe, il perché la fotografia del fungo atomico diventò un’icona per il popolo americano e soprattutto l’autrice elabora, cerca di sciogliere e districare il mistero che ancora avvolge queste due tragedie.
Il 6 e 9 agosto 1945, due bombe atomiche furono sganciate in territorio giapponese. La prima su Hiroshima, la seconda più sofisticata su Nagasaki.
Subito, fotografi ed operatori di tutto il mondo furono pronti ad immortalare quello che sarebbe poi rimasto il più grave disastro bellico della storia, ma purtroppo, metri e metri di pellicole vennero immediatamente sequestrate, divenendo segreto militare. Devastante. Non si riuscì tempestivamente in tempi brevi a mostrare i terribili effetti della tragedia.
Se le fotografie avessero fatto il giro del mondo, avrebbero potuto contribuire a diffondere ed accentuare il sentimento di avversione nella incalzata corsa agli armamenti “della Guerra Fredda”.
Gli Stati Uniti sarebbero stati accusati di crimini di guerra ed il Presidente degli Stati Uniti d’America Truman ed il suo staff non sarebbero passati alla storia come dei portatori di pace.
Viene da pensare che, ai gruppi di potere americani gli sia certamente convenuto mostrare in prima battuta solo “due” foto dall’alto del disastro, manipolando, sacrificando ed oscurando tutto il girato ed il fotografato dagli esperti di questi settori d’informazione.
Il vero tragico dramma si stava invece consumando al di sotto delle nubi tossiche e tutti gli aiuti gli furono negati.
L’icona della bomba vuole quindi coprire e non mostrare escludendo a priori, una reale presa di coscienza dei fatti accaduti. Le vittime quindi non sono importanti; per il potere politico americano era necessario dimenticare in fretta ed insabbiare il dolore.
Per addentrarci un pò meglio nel vissuto, l’autrice del libro, in modo egregio e preciso ci fa ripercorrere le tappe fondamentali che hanno portato all’esigenza, da parte del potere americano di attaccare usando l’atomica.
Guerra nel pacifico, 7 dicembre 1941 attacco dei giapponesi su Pearl Harbour. A seguito dell’occupazione militare nipponica, gli Stati Uniti istituiscono una sorta di embargo al Giappone per i prodotti petroliferi e le merci strategiche. Dopo un contrattacco dei giapponesi verso gli americani corrotti e viziosi, nel frattempo gli americani, più numerosi e con una potenza economica dieci volte superiore al Giappone, stavano ricostruendo la loro forza navale ed inviarono nel pacifico tutte le loro unità disponibili.
A seguire una battaglia tra le due potenze tra il 7 agosto 1942 ed il 8 febbraio 1943 per impedire ai giapponesi di usufruire di territori stranieri e minacciare le rotte dei rifornimenti tra gli Stati Uniti d’America, l’Australia e la Nuova Zelanda.
L’attacco americano prosegue con una sistematica distruzione di città importanti, tra le quali, un forte attacco su Tokio, nella primavera del 1945.
I giapponesi combattono duramente senza ottenere nessun risultato, Okinawa decade sotto la forza militare USA. Era chiaro che il Giappone aveva perso la guerra ma, indipendentemente da questo, gli Stati Uniti d’America, vollero, nonostante le trattative del Giappone alla resa incondizionata con l’Unione Sovietica, andare fino in fondo.

Da qui l’epilogo: il 6 agosto 1945 il “B29 Enola Gay” si preparava allo sgancio su Hiroshima alle 7.52 a.m. dell’atomica battezzata “little boy”. Migliaia i morti. Compromessi tutti i sopravissuti.
Tre giorni dopo, il 9 agosto, l’ordigno nucleare “ fat man” venne sganciato su Nagasaki.
Il 15 Agosto 1945 venne ratificata la resa del Giappone..
Cominciarono gli anni duri per il Giappone con un’occupazione americana che termina nel 1952.
Le truppe americane occuparono la città, vennero prelevati ai sopravvissuti campioni di tessuto per studiare la patologia e gli effetti “della bomba atomica”.
Il Giappone, dopo l’atomica è un colosso agonizzante.
Gli avvenimenti a seguire, sottolinea l’autrice attenta cambiarono il “normale” corso della storia.
Pertanto nel 1945, il generale delle forze armate americane Douglas impone la censura mediatica. Una delle priorità era insabbiare tutte le informazioni che provenivano dalle due città colpite. Il 14 agosto 1945 l’imperatore del Giappone Hirohito parla per la prima volta alla radio al paese per una resa incondizionata. Dall’altra parte del pacifico, il Presidente Truman, si gongola nella “dottrina Truman” ovvero gli Stati Uniti d’America devono farsi carico della lotta contro l’avanzata del comunismo..

Venne istituita un’unità preposta al controllo dei media, il CCD “Civil Censorship Detachment” che assunse il controllo delle poste, delle telecomunicazioni, osteggiando i principi fondamentali del nazionalismo. Tagli, censure preventive e posteriori erano all’ordine del giorno.
Addirittura all’Agenzia nazionale giapponese Domei viene interrotta l’attività per giorni al fine di bloccare qualsiasi fuga di notizie, un vero e proprio diritto di veto sulla produzione tipografica.
La Curcio sottolinea l’assoluto protagonismo degli americani che allontanarono tutto e tutti; l’opinione pubblica venne tenuta allo scuro sulla vera catastrofe al di sotto del fungo atomico e su cosa accadde realmente sulle due città nipponiche per eccellenza.
Il Presidente degli Stati Uniti d’America Truman si “giustificò” riguardo alle due bombe affermando che furono necessarie al fine di evitare strazianti agonie di una lunga guerra a danno degli americani, omettendo altresì lo scopo recondito, ovvero studiare e vedere gli effetti scaturiti dall’atomica per usi futuri…
Il popolo americano, inconsapevole, si convinse che le bombe atomiche furono quindi necessarie.
L’11 Agosto 1945, per la prima volta, la foto del fungo atomico apparve sulla rivista americana New York Times e di conseguenza, vennero convinti che la resa incondizionata degli avversari poteva “sopportare e giustificare” tale atrocità, ne era valsa la pena.., quindi all’apparizione della foto del fungo atomico le conseguenze vere della tragedia vennero minimizzate e passarono in second’ordine non mettendo mai la versione ufficiale sotto accusa..
L’elemento discorsivo guidò un ruolo decisivo al fine di una lettura distorta e mirata della tragedia.
Qui, in base alle ricerche ed agli studi dell’autrice Annarita Curcio, si evince che la foto ha il potere di illustrare un evento ma il significato intrinseco non è mai isolato. Il messaggio è parassita della foto stessa che non può vivere senza l’immagine e viceversa. Il testo che accompagnò la foto del fungo servì quindi per emendare presunte arbitrarietà dell’immagine stessa.

L'autrice cerca di segnalare gli eventi che hanno cambiato e riscritto la storia. Fa un’attenta analisi su chi e cosa ha fatto diventare questa tragedia un racconto ricco di sentimento come il Premio Pulitzer John Hersey, i suoi scritti su Hiroshima del 31 Agosto 1946 nel New Yorker, fecero discutere e sollevarono implicazioni morali nella scelta operata. Le copie andarono “a ruba”, venne sollecitata la ristampa. Il racconto venne letto alla radio, molti, in quell’occasione, si avvicinarono e conobbero i reali fatti, molte le coscienze scosse ma l’establishment americano, grazie ad un’ottima campagna propagandistica, con l’immagine del fungo atomico che minimizzò appunto l’accaduto, ne uscì illeso.
Oramai la fotografia del fungo, rafforzata da un contesto verbale, rappresenta la fedele trascrizione del mondo circostante; uno status ontologico, destinato, nella maggior parte dei casi, ad usi sociali e politici, divenuta in questo caso un’icona perché percepita come prova unica ed autentica di ciò che rappresenta.
Per farci capire meglio il contesto di icona, l’autrice, ci indica due saggi “Camera chiusa” 1980, e “sulla fotografia”, 1977 di Barthes e Sontag dove la fotografia è considerata lo specchio del suo contenuto prima ancora di rappresentare lo specchio di una società.
Nel nostro contesto l’icona del fungo simbolizza la fine di una guerra, la minaccia di un’apocalisse.
Il termine icona ha origini orientali-mediterranee, dalla pittura del Faiyum. Assume una sua propria fisionomia a partire dal V secolo d.c. nell’ambito della cultura bizantina. Nel 1453, con il crollo dell’Impero Romano d’Oriente, i popoli balcanici diffondono raffigurazioni sacre facendola divenire un fenomeno di raffigurazione ante litteram.

Icona, dal greco, significa immagine, non è solo una rappresentazione di qualcosa ma implica anche un coinvolgimento, quindi più di un simbolo: l’eternità entra nel tempo. Una finestra spirituale aperta a chi è in grado di coglierne l’essenza.
Le icone secolari dei nostri tempi, si imprimono nella nostra memoria, nella coscienza collettiva rafforzandone la simbologia e la forza, qualcosa che travalica ciò che meramente rappresentano, fagocitate dall’immaginario collettivo, allenano la nostra mente a ricordarne le immagini, sottolinea con attenzione la Curcio, suscitano emozioni diverse e svariate, terrore, venerazione, ammirazione, spesso ad uso sociale, giornalistico e politico per influenzare le opinioni della massa operando un vero e proprio controllo subdolo delle opinioni attraverso i mass-media.

 Le masse possono essere dominate attraverso l’uso accorto dei mezzi di propaganda e dalle loro casse di risonanza. Si fa parte di una massa anche da casa propria, quindi la TV e le fotografie in questo caso specifico, svolgono un ruolo centrale e fondamentale.
Nel nostro contesto l’autrice Arianna Curcio afferma che questa icona di guerra (la foto del fungo) venne usata per raccontare fatti ed orrori, tutto espressamente per scopi propagandistici.

Un’attenta ricerca dell’autrice ci porta indietro nel tempo per capire meglio i meccanismi che fanno della fotografia uno strumento essenziale.
Alla fine del diciannovesimo secolo fu creato il primo apparecchio portatile Kodak. Le prime fotografie sono dei primi anni del secolo successivo ed apparvero sul Daily Mirror e su Le Matin.
Nasce così l’uso privato della fotografia, prodotto da George Eastmann, la Box-Kodak.

Si impone come la più popolare e democratica delle arti e si prefigge di rendere eterno ed immortale il soggetto rappresentato, creando sensazioni emotive forti, nel bene e nel male.
Gli anni 30 furono gli anni d’oro del foto-giornalismo con testate di grande tiratura:
1939, Fortune, 1936 Life, 1937 Look, 1940 il quotidiano fotografico PM. I maggiori avvenimenti storici sono stati raccontati attraverso le immagini dal 1936 al 1972.
La prima guerra civile spagnola, la II Guerra Mondiale, lo sbarco in Normandia, i campi di concentramento di Buchenwald e Bergen-Belsen, (1945).
Nel nostro caso, in questo libro l’autrice parla dei fotografi di guerra come un mestiere pericoloso; il foto-giornalista non deve ne mentire ne tradire le aspettative, la Curcio ricorda alcuni di loro che in circostanze belliche vi hanno trovato la morte: Robert Lapa, 1954 Indocina, Ernie Pyle, Iwo Jima 1945, David Seymour, Canale di Suez, Larry Burrows, Vietnam 1971, Enzo Baldoni, Iraq 2004.

La politica è sostenitrice della trasparenza della stampa ma spesso ostacolano il lavoro dei giornalisti / foto-giornalisti. Spesso una strategia militare coniata con il termine “embedding” incorpora i foto-giornalisti che vivono in prima linea le vicende di guerra come i soldati, in questo modo è garantita una copertura mediatica filtrata e pilotata.
Nel periodo dell’atomica fu negata alla stampa l’accesso al Giappone meridionale dal Generale Douglas MacArthur, nonostante questo, diversi riuscirono a documentare gli orrori.
Purtroppo, ci fu qualcuno come il reporter William L. Laurence, che scrisse diversi articoli dove negava l’impatto delle radiazioni sui civili (una vera “carognata” perché è una menzogna...) che gli valsero addirittura (!) un premio Pulitzer. Lui stesso era sul bombardiere che sganciò “fat man” quell’agosto del 1945 sulla città di Hiroshima. Scrisse -con orgoglio!- che aveva davanti a se una “cosa meravigliosa”. Quindi la giuria costituita premiò senza dubbio un “corrotto pubblicista del pentagono”! Egli fu giudicato colpevole senza appello anche dalle parole di Robert J. Lifton e Greg Mitchell nel libro “ Hiroshima in America, Fifty Years of Denial”.
L’autrice sottolinea con fermezza abusi sia in termini mediatici che psicologici.
Vennero estromessi dal vocabolario mediatico termini come uranio, energia nucleare, Los Alamos (sito dove ebbero luogo le ricerche del progetto Manhattan) e la corsa agli armamenti con l’URSS negli anni ’50 alimentò la psicosi collettiva.
La fotografia è capace di costruire il senso del passato, in questo caso la foto- icona del fungo atomico rappresenta, in maniera parziale, l’apice di un disastro “calcolato” senza precedenti.

La Curcio, molto attenta alle dinamiche ed ai risvolti della vicenda, ripercorre alcuni passi per una revisione della storia attraverso i diari di Stimson per far capire meglio le ragioni per cui ricorsero alla bomba atomica la quale non necessaria in quanto il Giappone aveva gia intrapreso il percorso di una capitolazione.
Fu esclusivamente uno strumento per ribadire la posizione di forza degli Stati Uniti d’America.
Si legge da sé che Hiroshima venne scelta come obbiettivo militare in quanto potente centro delle comunicazioni, stoccaggio merci e vicino ad alcune importanti basi militari.
Con l’ordigno “Enola Gay”, sganciato con scoppio equivalente a 13 chilotoni di tritolo, la città si trasforma in un enorme rogo senza pari. Tutto in poco tempo si distrusse e si carbonizzò. Piogge nere e torrenziali fecero cadere il paese in uno sconforto totale.
M. Hachiya, un medico del più importante ospedale di Hiroshima fu subito in prima linea. Scrisse un memoriale “Diario di Hiroshima” dove descrisse gli effetti dell’atomica, ustioni, febbre, bruciature, gangrene, cadute dei capelli, malattie di ogni genere e sorta per i superstiti.
Dalla fantasia di K. Nakazawa nasce un fumetto-manga negli anni ‘70, “Gen”, che diventa la trasposizione dei suoi tragici eventi personali vissuti e delle sue sofferenze che lo hanno sopraffatto dopo l’atomica quando lui, Nakazawa, all’epoca della tragedia, sopraffatto da rovine e macerie, era solo un bimbo di due anni.., “Gen” significa risorsa, radice. Quindi si può tradurre con risorgere dalle proprie ceneri. Risorgere è imperativo per il Giappone che nel 1951 muove i primi passi verso l’indipendenza dopo l’occupazione americana.

L’autrice ci segnala alcune rare occasioni in cui si è potuto vedere realmente, dopo 50 anni, cosa è veramente accaduto a Hiroshima e Nagasaki; Daniel McGovern, fece un documentario nel 1946 “The effect of the Atomic Bomb against Hiroshima e Nagasaki”, desecretato negli anni ’70. In un altro documentario, C. Shonegevel, “Original Child Bomb” utilizzò parte del girato di McGovern.
Senza queste riprese nessuno avrebbe mai capito le vere abominevoli dimensioni di questo disastro. Inoltre un membro di un movimento pacifista, Tsotomu Iwakura, ottiene un centinaio di fotografie proibite che furono al tempo delle due tragedie censurate e diffuse il materiale su diverse emittenti TV, eliminando i passaggi cruenti, questo nell’aprile del 1978.
Ed ancora, “ Prophecy” proiettato a New York, 1982, Yoto Ota, Hara Tamiki scrisse un memoriale, venuto alla luce anni più tardi in versione completa nel 1950, un anno dopo che il CCD ebbe cessato di operare; i suoi libri non ricevono la giusta attenzione e coscientemente afferma che il silenzio degli scrittori giapponesi è stato a dir poco vergognoso.
Tamiki scrive “l’ultima estate di Hiroshima” nel 1946, censurata in alcune parti, vede la luce nel 1947. Altre censure anche per Sadako Kurihara e suo marito Tadaichi riguardo ad una raccolta di scritti e memorie sull’atomica nella rivista Chugoku-bunka da loro due fondata nel 1946.
Nonostante il veto, Kurihara, riesce a pubblicare una raccolta di poesie “Black eggs” sul tema dell’olocausto con contenuti particolarmente dolorosi.
Una traccia indelebile di disegni e dipinti di due artisti sopravvissuti a Hiroshima, Toshi e Yiri Maruki, circolano nel 1948, i due artisti diedero vita ad una mostra itinerante che coinvolse più di cinquanta città giapponesi. Nel 1952, dopo la fine dell’insediamento del CCD, cominciano a circolare fotografie del disastro atomico; sul settimanale giapponese Asahi Gurafu venti pagine di foto inedite: 520.000 copie vendute.
E’ veramente impressionante la peculiarità di questo libro, nessun dettaglio e nessuna informazione
sull’olocausto, perché di questo si tratta, viene tralasciata dall’autrice Curcio al fine di farci veramente riflettere sull’accaduto, come il fatto che nel 1958 viene eretto un monumento nell’epicentro di Hiroshima raffigurante una bambina posta alla sommità di un monolite a tre piedi mentre tende una Gru d’oro verso il cielo il quale costituisce una svolta al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto veramente è accaduto..
La bimba rappresenta Sadako Sasaki, nel 1945, all’epoca del disastro, aveva solo due anni; la bomba atomica esplode a due km da lei, si salva miracolosamente ma qualche anno più tardi acquisisce una forma grave di leucemia. Entra nell’ospedale della Croce Rossa nel 1955. Quattordici mesi di degenza nei quali piega mille Gru di carta con la tecnica dell’origami.
Muore il 25 ottobre 1955. La Gru diventa il simbolo della lotta e della sopravvivenza.
Annarita Curcio ci spiega il perché Sadako è diventata un’icona. Questa piccola bambina indifesa ha ispirato mostre, film, documentari, libri; Masumato Nasu gli ha dedicato una biografia “Children of the paper Crane”. Una bambina coraggiosa, eccellente lottatrice e d ostinata perché non voleva morire. Carismatica e saggia nel contrastare la malattia. Una morte “da martire”.
Un’altra vicenda indimenticabile; la prigionia e l’epilogo di Anne Frank, diventata anch’essa un simbolo riguardo alle persecuzioni orribili nei campi di sterminio. Giustamente l’autrice raffronta i due drammi più significativi della nostra storia, Sadako con le sue Gru ed Anne con il suo diario. In questo caso specifico, il ritratto di Sadako, ha saputo incarnare un vero sentimento di rabbia in chi è sopravvissuto.
Nel 1955 a Ground Zero in Hiroshima, vengono inaugurati “ Il museo ed il parco per la pace” e la prima conferenza mondiale contro la bomba atomica. Dal 1952, ogni anno il 6 agosto, in questa sede, ha luogo una cerimonia di commemorazione come tributo ai caduti.
Un altro punto importante sviluppato dall’autrice Curcio è l’importanza del il Genbaku Dome; ovvero lo scheletro carbonizzato dell’unico edificio miracolosamente sopravvissuto alla strage atomica. Dal 1996 fa parte del patrimonio dell’UNESCO.
Un’attenta riflessione dell’autrice ci spinge seriamente ad analizzare il motivo fondamentale per cui sul Genbaku Dome, la comunità è divisa in due.
Da una parte abbiamo chi è fermamente convinto che il dramma di Hiroshima e Nagasaki sia sono solo un ricordo doloroso umiliante, di contro, abbiamo chi pensa che sia un patrimonio universale ed irrinunciabile da porre sotto tutela, alla riflessione di tutti, un “luogo della memoria”.
Ogni anno, tantissima gente, moltissimi turisti profanano il vero significato del monumento.

Il Genbaku Dome si trasforma in uno stereotipo e assume l’identità di una foto ricordo pari ad una cartolina; l’osservazione dell’autrice espressa a riguardo è giusta affermando che il monumento diventa un posto qualunque, osservato senza essere apprezzato per ciò che è veramente, quindi i viandanti non vengono coinvolti emotivamente anteponendo uno strumento, in questo caso una fotocamera, che funge da barriera fra loro e l’oggetto fotografato facendogli perdere la sua vera “identità”.
Tutto questo, sottolinea la Curcio, perché non c’è stato un vero processo di ricostruzione storica. Sempre da una ricerca da fonti incontrovertibili rilevate dall’autrice si evince che negli anni ’80, il passato diventa un oggetto di culto nel mondo accademico; si studia e si approfondisce il processo di formazione della memoria individuale e collettiva rilevando che la storia è soggetta, spesso a revisioni e modifiche e non è altresì esente da manipolazioni. Esiste un rapporto di conflittualità tra storia e memoria. La storia è rappresentata dai fatti, la memoria è inaffidabile, soggettiva. Nonostante ciò, la memoria serve alla storia la dove il racconto è dispersivo e lacunoso. La memoria può essere oggetto di studio per allargare gli orizzonti.
Lo storico deve tenere conto di più punti di vista atti a ricostruire più fedelmente l’accaduto per una visione più completa, che non deve fermarsi alle fonti primarie ma deve necessariamente inserire altre fonti veicolari come la memoria dei sopravvissuti e dei testimoni, come affermano Le Goff e Pierre Noira nella loro intraprendente corrente di studio, la nouvelle histoire.
L’uomo si può simbolicamente associare ad un animale con un bisogno innato di comunicare attraverso commemorazioni, eventi sociali, mass-media, TV, web, carta stampata ecc.., che sono alla base della sua formazione.
Nel caso specifico elegantemente spiegato in tutte le sue sfaccettature dall’autrice Annarita Curcio la fotografia é mediatrice del ricordo ed ha il ruolo preciso di farlo rimanere “un ricordo vivente”.
Hiroshima e Nagasaki sono, sia per il Giappone sia per gli stati Uniti d’America un ricordo da gestire a proprio modo. Gli USA fabbricarono senza dubbio una verità di comodo. Il Giappone ha sostituito il ricordo con l’obbligo dell’oblio.
Il “potere” racconta sicuramente la “sua” storia che é spesso vittima di incontri/scontri insanabili. Sia giapponesi che gli americani furono ossessionati dal concetto di Realpolitik, ovvero minimizzare i fatti di Hiroshima e Nagasaki al fine di non ostacolare il processo naturale di ripresa e crescita dell’economia.

Per quanto riguarda gli Stati uniti d’America, il Presidente Truman ed il suo establishment militare fecero in modo di creare poco interesse attorno al museo dell’olocausto a favore della comunità accademica.
Nel 1984, con il cambio ai vertici, inaugurarono una fase inedita del museo: un ciclo di mostre atte ad interrogarsi criticamente su eventi spinosi della storia americana. Per l’occasione, venne esposto il bombardiere “B29 Enola Gay”. Dall’altra parte, in Giappone, detrattori si interrogarono al fine di capire se sia stato rispettoso ed opportuno, esporre l’”Enola Gay” in un museo dell’olocausto.
Un’occasione per riflettere a voci ferme sulla strage.
Questo fatto suscitò diverse critiche e molte e polemiche.., per assurdo (!) si rischierebbe di far apparire i giapponesi come “delle vittime” ed i soldati americani come degli spietati aggressori ed usurpatori. Il dibattito è ancora in corso….
Due fatti importanti vengono prontamente segnalati dall’autrice, il primo é l’insensibilità ed il poco rispetto degli Stati Uniti d’America ed il “suo servizio postale” verso questa tragedia in quanto avrebbero voluto emettere un francobollo con l’icona del fungo commemorativo! Il ministro degli esteri ed il sindaco di Nagasaki giudicarono tale gesto oltraggioso finalizzato ad un’operazione con fini esclusivamente commerciali!…, quindi in modo oseremo dire “coscienzioso”, influenzato dai gruppi di potere, dirottarono su un francobollo con la riproduzione di un’immagine del Presidente Truman.
Il secondo é l’esposizione della fusoliera “B29 Enola Gay” al museo dell’olocausto che verrà accompagnata non da foto che riproducono il disastro delle due città colpite ma da una piccola “targa commemorativa”. Nessun artefatto giungerà da Hiroshima, nessuna testimonianza di persone sopravvissute al disastro, nessun dibattito sul perché e sulle scelte del Presidente Truman di sganciare l’atomica, nessun accenno alla Guerra Fredda….niente di niente.
Rimane ancora un capitolo controverso….
L’autrice evidenzia che i giapponesi concordano e sono solidali sul dare la precedenza alla ripresa economica del paese evitando la recrudescenza di qualsiasi forma di autoritarismo. I giapponesi hanno un grande senso etico, disposti al sacrificio assoluto, determinati a ricostruire in tempi relativamente brevi un paese devastato.
Nonostante tutto, il Giappone é legato agli USA nel commercio, nella cultura, nella difesa e  solo nelle due città colpite e si ha la sensazione che ci sia una vera e propria “insofferenza” per il popolo americano ed esclusivamente da parte dei sopravvissuti.
Quindi le tensioni rientrano per assumere un atteggiamento di deferenza tipicamente giapponese verso uno status quo.
I giapponesi hanno dei codici culturali ben precisi, la loro “amnesia” sulla tragedia è giustificata dal fatto che loro antepongono sempre il bene comune, gli interessi economici sociali e politici della società rispetto al bene del singolo individuo. Questo cliché gli ha permesso di ricostruire e ricostruirsi, di risorgere dalle ceneri ed imporsi qualche decennio più tardi, come la seconda potenza economica mondiale.
Purtroppo, nessun ritorno alla normalità per i sopravvissuti, sottolinea prontamente la Curcio. La maggior parte dei sopravvissuti andranno a passare la fine dei loro giorni nell’isola più a nord del Giappone, Hokkaido.
I loro sentimenti spaziano dalla vergogna, al senso di colpa, dal risentimento alla collera.
Parlare della tragedia costituisce un obbligo ed un dovere etico e politico, trasmettere una memoria di un passato a generazioni successive è un dovere per ricostruire l’identità di un popolo.
Dati oggettivi a supporto di queste tesi si evidenziano fin dai primi studi sulla psicanalisi di Sigmund Freud, (Vari suoi articoli degni di nota nel periodo 1915-1926).
Infine, l’autrice cerca di farci riflettere quanto un passato pesante quello delle due città colpite dall’atomica possa essere coinvolgente e dare vita a diverse forme d’arte, dalla TV al cinema, alle fotografie.
Questo da il via ad un bestiario di mostri, citati come Kajiu per far riflettere la massa sul problema nucleare. Kaiju significa strana bestia. Questi mostri cinematografici hanno la funzione di portavoce di messaggi etici che mascherano temi come la paura dell’atomica e le sue radiazioni che, spesso sono causa di mutazioni genetiche.., da qui il termine Kajiu per identificare “queste” inquietanti creature. 1954, Godzilla ne è un esempio, creatura anfibia, sottoposta a radiazioni e mutata geneticamente di conseguenza.
Intrinseca una riflessione finale del film sulle conseguenze dell’utilizzo degli armamenti atomici, sostiene il regista dell’epoca, Ispiro Honda.
Altro esempio portato dall’autrice un documento storico dal regista Shoei Imamura che, nel 1961 nel film “Porci geishe e marinai” descrive il mercato di contrabbando tra la mafia locale, “Yakuza” e le forze di occupazione americane. Ovviamente, viene ostacolato dalla casa di produzione in quanto con suo racconto mostra il popolo giapponese come una sorta di branco di maiali “venduti”.
Non si da per vinto e, indipendentemente, fonda una sua propria casa di produzione e produce nel 1970 una serie di documentari nei quali racconta la storia di un paese fragile confuso sia economicamente che politicamente, “ Storia del Giappone del dopoguerra raccontata da un barista”. Nel 1980 con “Pioggia nera”, rievoca gli irreversibili effetti fisici mentali e sociali della bomba atomica su Hiroshima.
La Curcio ripropone passi di importanti letterati. La studiosa americana Marianne Hirsch, la quale  afferma che la memoria delle vittime, raccontata dalle seconde generazioni, aiuta sicuramente a perpetuare il ricordo ed a garantire l’identità di un popolo contro i pericoli dell’oblio.
Secondo il britannico David J.C. Irving ed il tedesco Ernst Zundel invece, c’è il rischio di cancellare il passato a secondo dei bisogni del momento, un non-passaggio del testimone tra le generazioni, affievolendo così i ricordi..
Il fatto importante è che, dopo l’atomica su Hiroshima e Nagasaki si è continuato a morire, ma il dolore e l’oblio “appartiene” solo ai sopravvissuti ed alle loro famiglie.
Un altro parere é quello dello psichiatra americano Robert J. Lifton il quale afferma che Hiroshima e Nagasaki non sono argomenti che suscitano interesse nei giovani; una buona parte non è a conoscenza dei fatti realmente accaduti, altri ne hanno solo una vaga idea; questi i temi trattati nel suo libro sull’argomento degli anni ’60 “Death in Life: Survivors of Hiroshima”, descrive inoltre un’indifferenza generalizzata.
Quindi la maggior parte delle informazioni rimangono in questo modo riservate e solo per i sopravvissuti nonché i coinvolti direttamente.
La “memoria” del popolo giapponese é di fatto difficile da costruire e di conseguenza, faticosa da trasmettere.
Ed ancora, nel 1983, Washington, nella conferenza titolata “ il mondo dopo una guerra nucleare”, si intavolò una discussione sull’ipotesi di un futuro conflitto nucleare sottolineando che la possibilità dell’auto-annientamento accompagna ed accompagnerà sempre il percorso dell’umanità.
L’autrice si interroga sul recente disastro della centrale nucleare di Fukushima: la storia sembra ripetersi ma ciò che fa paura è che il Giappone sembrerebbe “fiero” delle sue cinquanta centrali nucleari sparse nel suo territorio; non sembra avere imparato la lezione. E le immagini spaventose dei disastri causati dall’atomica a cosa sono servite…si domanda la Curcio e ci domandiamo noi..
Nonostante questo, le foto esposte ad una parete del museo del ricordo riguardanti i disastri atomici, non perdono il legame peculiare con la storia che raccontano. Al museo per la pace di Hiroshima sono esposti alcuni oggetti danneggiati a seguito dell’impatto atomico del 6 agosto: il più forte è un lacerto di muro dove è rimasta l’ombra di un corpo polverizzato dalla bomba. Un vero inferno raccapricciante…
La brillante autrice conclude con una giusta riflessione; con l’aumento delle TV, il web ed i mass-media in generale, il mondo è sempre più interconnesso, politicamente e socialmente a livello comunicativo. Quindi è bene non ignorare ciò che rappresenta la storia che attraverso i mezzi di comunicazione è entrata di prepotenza, volente o nolente, nelle nostre case: è un nostro dovere etico non dimenticare e non sottrarsi a queste verità rimaste assopite ed averne rispetto fino in fondo.
La fotografia immortala immagini e momenti decisivi della nostra storia, del nostro passato e del nostro presente ed in questo caso specifico la guerra rappresenta il “peccato originale”.
 
..” Ogni momento é il momento giusto, bisogna sapere come utilizzarlo”..
 
 
 

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Ultimo aggiornamento (Venerdì 25 Maggio 2012 17:20)

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