Intervista al Dott. Massimo Teodorani
 “Fenomeni luminosi”

A cura di: Luigi Della Chiesa ( Sentinel Italia ) 05 2004

L.D.C. – Da quanti anni studi i fenomeni luminosi anomali ed in particolar modo gli eventi nella località norvegese di Hessdalen? E cosa ti ha spinto ad indirizzarti verso questi studi?

M.T. – Attivamente me ne occupo dal 1993. Per la verità da ben prima mi sono fatto un bel pò di letture ufologiche, giungendo poi alla conclusione che, eccetto alcune rarità, erano francamente molto noiose, poco convincenti e spesso puerili. Allora mi sono chiesto se un astrofisico potesse dare un contributo concreto mettendo a frutto le sue esperienze tecnico-scientifiche in questo campo specifico. Ciò che mi ha spinto a pormi questa domanda non era una presunta “fascinazione” al problema, ma una semplice questione di metodo: in che modo le scienze fisiche possono affrontare in maniera rigorosa un problema così delicato? Mi sono subito reso conto che, in linea di principio, le tecniche per rilevare segnali di luce (o in altri domini di frequenza) emessi dal fenomeno sono le stesse che utilizziamo negli studi osservativi di astronomia. Cambia solo il fatto che ci troviamo a monitorare oggetti dal movimento erratico, dall’apparizione transiente, e con distanze di solito molto piccole il che porta spesso a luminosità elevate. La prima caratteristica è quella che ci crea i problemi maggiori: in tal caso è indispensabile accoppiare i sensori di misurazione ad un sistema di inseguimento come un radar, ad esempio. Ciò purtroppo impone costi elevati, perchè in sostanza ci richiederebbe di adottare un sistema optronico di derivazione militare. La seconda caratteristica può essere affrontata identificando aree del mondo dove il fenomeno è ricorrente. La terza caratteristica viene incontro alle nostre esigenze perchè una buona fisica può essere fatta solo con rapporti segnale/rumore alti per cui nel campo dei fenomeni di luce, se abbiamo la fortuna di acquisire il dato esso è di molto più attendibile ad esempio di uno spettro di una galassia lontana dalla luce debolissima. Per concludere: non ho avuto una “spinta interna” ad affrontare il fenomeno, ma solo una curiosità tecnica che poi si è sviluppata ed evoluta. Le esplorazioni sul campo ci hanno mostrato quanto sia enormemente difficile fare questo tipo di misure, in parte perchè ancora non disponiamo di strumentazione sufficientemente sofisticata e in parte per le immumerevoli azioni di disturbo che abbiamo avuto da varie persone. Purtuttavia, l’avere ben chiaro in testa cosa si intende misurare, l’attenzione ai dati che servono e l’asetticità nella scelta degli stessi ha portato ad ottenere qualche reale risultato, ma solo dopo molto tempo passato a rianalizzare con pazienza i dati e a confrontarsi dialetticamente con fisici interessati a confrontare i loro modelli teorici con i nostri dati.

L.D.C. – In questi ultimi anni la fenomenologia di Hessdalen sta suscitando molto clamore in vari ambienti, non pensi che tutto questo fermento sia un po’ troppo esagerato?

M.T. – Avendo avuto modo di studiare fenomeni di luce anche in altre parti del mondo, posso affermare che dopo molti anni di studi sulla specificità di Hessdalen questa area è al momento una delle meno interessanti. Attorno ad Hessdalen, prima che iniziasse un primo tentativo di investigazione scientifica da parte di Erling Strand e il suo gruppo, è stato detto tutto e il contrario di tutto. Una parte dei report che provenivano dalla Norvegia davano interpretazioni decisamente “naive”: le rappresentazioni delle testimonianze erano talvolta fatte con disegni che ricordavano i fumetti di fantascienza più scontati. Uno di questi disegni, tra l’altro, è identico alla rappresentazione della prua di un’astronave dell’impero di Ming… Ma a me interessava la ricorrenza di un qualche fenomeno, qualunque cosa esso fosse, e vedere come la scienza si rapportava con esso. Per quello che riguarda il clamore e il fermento, mi sembra una vera e propria “febbre” ingiustificata…. Una febbre non mia. Certamente l’accanimento a passare tutte le estati solo in quell’area è del tutto insensato oltre che dispendioso e per certi versi perfino irrazionale. Ci sono adesso almeno altre tre località di ricorrenza nel mondo ben più interessanti e importanti, ed è su queste che mi sto concentrando adesso, e poi anche tre zone Italiane una delle quali presenta caratteristiche oggi ben più importanti di quelle di Hessdalen al giorno d’oggi. Penso che il clamore suscitato da Hessdalen sia nato dal fatto che è stata una delle prime aree dove sono stati fatti tentativi di misurazione scientifica (da parte del Project Hessdalen). Proprio per questo, e anche per la relativa “vicinanza” all’Italia, prima delle missioni esplorative negli anni successivi, accettai l’invito a partecipare ad un congresso proprio là nel 1994. In realtà negli anni ’70 molto più lavoro, anche se poco pubblicizzato, era stato fatto negli Stati Uniti: in particolare da parte del fisico Harley Rutledge e dal suo staff di studenti e dottorandi nella zona di Piedmont , e anche da un gruppo come il Project Starlight International (composto allora da un ingegnere e da un astronomo), dove i ricercatori, che spostavano periodicamente la strumentazione in zone calde, erano più del ramo fisico che ingegneristico. Entrambe figure fondamentali nella ricerca, ma il ramo fisico in questo tipo di attività deve avere il sopravvento per un diritto naturale: gli ingegneri o figure simili a questi sono di importanza basilare a risolvere problemi pratici, lo scopo dei fisici è quello soprattutto di capire il problema in tutti i suoi dettagli al fine di permettere una identificazione ed una misura degli osservabili. Non sempre a Hessdalen i ricercatori che hanno preso parte alle missioni hanno saputo accettare il loro ruolo e quello degli altri.

L.D.C. – Una delle domande più frequenti nel nostro “mondo ufologico” dalle persone interessate al tema è la seguente: Quando queste luci sono comparse per la prima volta, oppure le luci si sono sempre manifestate anche in epoche remote, testimoniate dalle cronache locali?

M.T. – A Hessdalen mi risulta una testimonianza del secolo scorso. Per il resto tutto sembra essere esploso nel 1981, ma questo è solo un effetto di selezione causato dal basso numero di abitanti in quell’area, dalla loro scarsissima propensione a riportare testimonianze, e dalla inefficacia e lentezza della trasmissione dell’informazione nei tempi più remoti. Ho ragione di ritenere che il fenomeno più rilevante e misurabile di Hessdalen, un fenomeno del tutto geofisico, sia esistito da sempre. E ho la quasi certezza che con lo scorrere del tempo l’interpretazione popolare su di esso sia cambiata, passando dalle classiche e scontate astronavi extraterrestri a “luci dall’interpretazione esoterica”. Limitatamente al breve periodo trascorso in quella strana valle, io lì ho finito per trovare un fenomeno geofisico simile ai fulmini globulari e, molto occasionalmente, qualcos’altro che a questo fenomeno si sovrapponeva e che certamente non aveva l’aspetto di un fenomeno naturale. Purtroppo non potendo effettuare tracking di queste specifiche peculiarità quasi sempre in movimento nel cielo, di esse non è stato possibile prendere veri dati scientifici come ad esempio spettri. Io credo che la gente del luogo potesse essere suggestionata da qualunque cosa brillasse in cielo e anche più in basso. In realtà ho assodato che lo 80% e probabilmente di più, è “rumore naturale” se confrontato con le aspettative della gente. Lo studio delle peculiarità interessanti richiede costi altissimi sia in termini di tempi necessari che di mezzi, in un’area dove queste peculiarità sono rarissime. Da qui la necessità di rivolgersi altrove, come ho già fatto.

L.D.C. – Nella tua permanenza ad Hessdalen insieme agli altri ricercatori, avete parlato con gli abitanti locali di questo fenomeno?, Se si quali sono le loro considerazioni?

M.T. – Nell’anno 2000 vennero a trovarci tutte assieme tre persone (una recentemente deceduta) nel luogo dove eravamo alloggiati, e ho qualche ragione di ritenere che queste tre persone siano i testimoni più importanti dei fatti di Hessdalen. Ci parlarono a lungo delle loro esperienze e ci fecero moltissimi racconti, alcuni anche con disegni e schemi. Queste persone mi sembravano in assoluta buona fede, certamente non smaniose di apparire in pubblico, ma molto fiduciose nel ruolo della scienza. Senza dubbio i loro racconti erano in tutto e per tutto ufologici, con tanto di alieni e quant’altro. A parte i racconti in sè, ciò che mi colpì in loro fu la sincerità e il fatto che non cadessero mai in contraddizione. Purtroppo la loro testimonianza è stata scientificamente inutile, ma è comunque servita per tastare il feeling del luogo. Nel 2002, in nostra presenza, furono radunate nella chiesa del villaggio molte più persone: nessuna di loro o quasi confermò il quadro presentato dai primi tre. L’impressione che ebbi quella volta fu quella di una certa “omertà” o riluttanza a parlare di questo argomento, anche se posso ovviamente sbagliarmi. I testimoni di Hessdalen, a parte la buona fede e disponibilità di alcuni, sono in genere di scarsa utilità per la ricerca come la intendo io. In un caso invece una testimonianza di un luogo ben preciso e circoscritto ci ha permesso di fare importanti carotaggi del terreno. Una scrittrice del luogo ha indipendentemente raccolto molte testimonianze, ma non so da dove le abbia tratte. Accettai da lei un’intervista su quello che stavo facendo in zona nel 2001 e che avrebbe poi inserito nel suo libro, poi non ho saputo più nulla di questo libro. C’è da dire che i norvegesi (a differenza di svedesi e finlandesi), per quanto cortesi e formali in genere, sono per loro natura poco comunicativi. Ciò è stato un freno alle nostre investigazioni, anche laddove si collaborasse su argomenti più tecnici. Con gli anglosassoni, testimoni e documentatori di eventi attuali in USA, Canada e Australia, il rapporto comunicativo e collaborativo (eccetto un caso peculiare) è invece eccellente, rapido ed efficiente: ciò ha permesso in breve tempo e in sinergia di ottenere già dati scientifici preliminari su alcune zone di ricorrenza del fenomeno di interesse attuale.

L.D.C. – Nel tuo libro “FENOMENI LUMINOSI” prima della prefazione citi Max Planck ” La scienza non fa veri progressi,se non quando una verità nuova trova un ambiente pronto ad accoglierla, convertendo così i suoi stessi oppositori” e dopo la tua introduzione citi Erwin Shrodinger “Il grande spettacolo della Natura assume un significato solo in relazione allo Spirito che lo contempla” ritieni che attualmente siamo ancora lontani da un ambiente pronto ad accogliere una nuova verità o più verità?

M.T. – La prima frase è stata scelta dalla Dr.ssa Stefania Genovese, che molto gentilmente ha scritto la prefazione. La seconda frase è invece di mia scelta. L’espressione “nuova verità” è molto rischiosa per noi scienziati. Nel caso di Hessdalen io non ho trovato nuove verità, ma fenomeni strani che con ogni probabilità sono parenti dei fulmini globulari, e fenomeni ancora più strani dall’apparizione fugace sui quali ancora non sappiamo nulla. Poi l’amalgama di ricercatori in quell’area non era proprio l’optimum per poter lavorare bene assieme, se non per alcuni importanti aspetti tecnici e pratici. Tra italiani e norvegesi, ma soprattutto tra italiani e italiani, io non ho mai trovato la sinergia sufficiente che si prefiggesse veramente di fare uno squarcio nel buio in senso scientifico, ma più spesso interazioni negative di personalità e gruppi tra loro incompatibili oppure incomunicabilità. E poi: troppo tempo dedicato alle interviste, troppi giornalisti mentre lavoravamo sul campo, troppi ufologi, troppi rituali, troppi “Camel Trophy”, troppe chiacchiere: tutte cose che disturbano il sereno e pragmatico procedere dell’investigazione scientifica. Ad una “nuova verità” scientifica si arriva tutti assieme: a Hessdalen non c’è mai stato, almeno a mio modo di vedere, il vero feeling per lavorare bene assieme. E non c’era sufficiente auscultazione della Natura e delle sue bellezze per poterci accorgere di tutto quanto riguarda l’anomalia di quel luogo. Non ci sono stati sufficienti “brainstorm” collettivi che scaldassero i muscoli al cervello. Qualcuno, peraltro con eccellenti competenze tecnico-scientifiche, ha invece sollevato tematiche spirituali e poi si è comportato in maniera opposta alle sue premesse: questi tipi di “brainstorm” nelle ore libere mi hanno solo disturbato. Il brainstorm deve essere solo mentale e asettico, una specie di ping-pong di fronte ad una lavagna, come facevano con Enrico Fermi i “ragazzi di Via Panisperna” prima di scoperte che 60 anni fa hanno cambiato la faccia del mondo. Non è parlando di spiritualità che si crea l’amalgama, ma è comportandosi in amicizia oppure in sincerità disinteressata che l’amalgama si forma in maniera naturale e fiduciosa. Su un’altro versante, alcuni continuano a ritenere che basta usare gli strumenti per fare una buona scienza. E’ totalmente errato: a volte bastano pochi dati ben presi, un forte spirito osservativo, una ferrea organizzazione, e una profonda immersione nel problema in senso fisico, in caso contrario non si fa scienza, ma solo “culto dei cargo” e i dati finiscono per essere intellettualmente sterili. Quanto all’ambiente scientifico ufficiale io non ho mai avuto impedimenti, per lo meno nulla di palese. Quand’anche dovesse emergere in futuro una “nuova verità” l’unico vero impedimento non è la scienza ufficiale ma la natura estremamente immatura ed egoista (e talora perfida) dell’uomo, che io ho avuto modo di esperimentare a più riprese anche a Hessdalen. Per questa ragione, e solo per questa, l’umanità non è pronta ad aprire nuove porte della conoscenza. Ma gli arnesi intellettuali e tecnologici per farlo ci sono da tempo, manca solo una giusta predisposizione d’animo, una giusta sinergia ed empatia tra i membri di un gruppo, e la capacità di agganciare le capacità logico-matematiche a problemi apparentemente assurdi. Mancano il coraggio e la coesione. Questa ricerca non è altro che un’arrampicata su una montagna, e alla meta ci si arriva tutti assieme una volta affrontati tutti i rischi sul cammino. In caso contrario si resta al campo base. A Hessdalen pur lavorando quasi tutti intensamente abbiamo fatto solo un passettino in sù, niente di più per il momento.

L.D.C. – E in riferimento all’aforisma di Shrodinger, pensi che l’Uomo sia ancora troppo povero di spirito per poter contemplare la Natura, per poter carpirne la vera essenza? oppure anche se lentamente siamo sulla strada giusta?

M.T. – Temo che purtroppo l’umanità, letteralmente adorando la tecnologia come mezzo fine a sè stesso, abbia seguito il cammino dell’entropia spirituale e del vuoto intellettuale. Purtroppo l’unica risposta a questo è venuta dai vari aspetti della New Age più o meno irrazionale o folle. E allora ci troviamo di fronte ad uno squilibrio profondissimo. Molto è anche causato dall’autocelebrazione dell’ego (e anche io, anche se per reazione, sono cascato nella trappola a volte) e dalla svalorizzazione dell’Amicizia o, comunque, del sentirsi tutti assieme parte di un Tutto. Ci si ritrova allora con un cervello come lobotomizzato: da una parte un materialismo di matrice sia marxista che capitalista esasperato da un (solo presunto) razionalismo bigotto e beghino, da una parte un reale (e non presunto) irrazionalismo dagli aspetti davvero inquietanti, e dall’altra parte un dogmatismo religioso e ideologico dagli aspetti devastanti e secolarizzanti. Manca solo il coraggio di essere liberi. Pochissimi sanno che si può essere liberi e razionali al contempo. E’ così che si arrivò a spaccare l’atomo.

L.D.C. – Ho l’impressione che dopo tanti e forse troppi anni di lontananza, la Scienza si sia avvicinata all’ Ufologia, dal tuo punto di vista pensi che sia stata la Scienza ad avvicinarsi all’Ufologia?,Oppure al contrario credi che sia stata l’ufologia ad avvicinarsi alla Scienza?

M.T. – Una domanda decisamente stimolante questa. Mi sono fatto una certa idea, non so quanto condivisibile. Da un lato, quando l’informazione pubblica, soprattutto in Europa, ha cominciato a presentare eventi meno puerili dei soliti scontati dischi volanti, forse gli scienziati si sono avvicinati di più. Ma questi scienziati interessati e attivi in questo tipo di investigazione si contano ancora sulle dita di una mano, spesso si tratta anche di nomi importantissimi della fisica contemporanea, quasi tutti di impostazione scettica ma in modo sano, distaccato e costruttivo. In tutti gli altri prevale ancora il pregiudizio, anche perchè lo scienziato medio al giorno d’oggi è, seppur molto più dotato di un tempo in tecniche, talenti e settori molto specifici, di un’ignoranza abissale. Gli ignoranti di solito seguono l’onda del pettegolezzo per farsi un giudizio…. Un pò sono un tantino timorosi del giudizio dei colleghi. In sostanza il trend attuale è di una scienza tecnologicamente e soprattutto informaticamente molto sofisticata ma decisamente troppo settorializzata, molto analitica (e ciò va benissimo) ma poco creativa e motivata a produrre qualcosa di realmente nuovo. Oggi manca del tutto una lucida visione d’insieme dei problemi che dobbiamo affrontare, per cui l’investigazione scientifica, proprio perchè troppo settorializzata, è uno sparo nel buio e certamente non viene incontro ai reali bisogni della gente. Inoltre l’establishment scientifico è oggi totalmente asservito al potere politico ed economico: la figura di scienziato con indipendenza di giudizio proposta millenni fa da Platone è quasi totalmente assente. Si insegue ciò che paga di più per la carriera, e allora si sceglie di lavorare in campi rassicuranti che garantiscono risultati pubblicabili subito nei settori della cordata che tirano di più. La figura dello “scienziato che insegue la verità”, ovvero l’esploratore razionale del mistero, oggi è pochissimo diffusa, soprattutto in Italia. Purtuttavia, rispetto a 30 anni fa, ritengo che un pò in tutto il mondo ci sia stato un certo vigile avvicinamento alle tematiche con “connessioni ufologiche” da parte della scienza ufficiale. Ad esempio la tematica SETV (Search for Extraterrestrial Visitation), certi aspetti della teoria delle super-stringhe, oppure gli studi quantistici sulla coscienza, seppur oggetto di controversie interne a volte violente, oggi godono di molto maggior credito che in passato, ma questo riguarda i popoli anglosassoni. Purtroppo in Italia siamo ancora all’età della pietra in tal senso…. Per quanto riguarda il discorso inverso, ovvero l’ufologia che si sarebbe più avvicinata alla scienza, al momento ho visto ben pochi progressi. Qualcuno (soprattutto in Italia e ancor prima in Francia), pur essendo partito da premesse corrette e ben impostate (ovvero la necessità di mettere la parola fine alle tante millanterie passate sotto i ponti in almeno 50 anni), si è poi più lasciato trascinare dal bisogno di essere approvato dall’establishment che non dalla necessità di fare vera luce scientifica sul problema in maniera veramente disincantata e obiettiva. E allora noi scienziati interessati al problema ci siamo trovato di fronte a individui (ma soprattutto a gruppi che somigliano molto a sette) che, pur avendo ottime potenzialità iniziali, hanno poi finito per fare più danni di uno sciame di cavallette. Questo è una specie di virus che dovrebbe essere estirpato. Da un lato vedo, anche in Italia, ufologi individuali (rarissimi per la verità) con una certa preparazione scientifica e con una linea di azione abbastanza disinteressata e fuori da ogni compromesso e/o appartenenza associativa. Spero che da loro si sviluppi qualcosa, e la mia disponibilità a collaborare c’è a patto di non venire trascinato in sterili diatribe tra “scettici” e “credenti”. Lo studio del fenomeno non giace in mezzo a questi due atteggiamenti fideistici, ma sta da un’altra parte.

L.D.C. – Non voglio polemizzare con la seguente domanda, ma credo sia doveroso affrontare questo discorso in quanto si lega con il tuo “mestiere” di ricercatore e cioè, in Italia abbiamo Donne e Uomini che hanno volontà di ferro nello svolgere il loro lavoro di ricercatrici/tori, e certamente non hanno nulla da invidiare come capacità ai loro colleghi stranieri, tu cosa ne pensi di questa sottovalutazione della nostra nazione politica nei confronti della ricerca, la quale dopo tutto nel suo lato pratico porterebbe sicuramente degli imput stimolanti sia per l’economia, e sia per il benessere in generale degli Italiani.

M.T. – E’ verissimo. L’Italia è piena, ancor più di altri paesi che destinano più fondi alla ricerca, di reali talenti scientifici. Purtroppo essi si trovano ad operare in un sistema di reclutamento assolutamente balordo, e a dover sopportare un nepotismo devastante e geneticamente radicato. Questo sistema, fatto di incredibili e iterate ingiustizie, malversazioni, corruzione, truffa, sprechi, disorganizzazione cronica, ritardi elefantiaci, poca voglia di lavorare duro, inganno e perfino furto, è purtroppo quello che decide sulla carriera di un giovane scienziato. Inoltre, laddove esistano i riscontri positivi (non mancano anche nel nostro sistema, ma operano solo in specie di “isole di eccellenza”) nelle “nostre” istituzioni scientifiche, una burocrazia rigida e becera blocca qualunque azione, demotivando chiunque a procedere per strade innovative se non con iniziative personali e autarchiche. Il sistema Italia sembra un controsenso. Abbiamo avuto il Rinascimento con tanta innovazione da cambiare il mondo. Per lungo tempo (in parte continua tuttora), nel dopoguerra abbiamo avuto un establishment scientifico quasi stalinista (anche con alleanze nel cattolicesimo) che premiava gli obbedienti e penalizzava gli originali (tacciati di individualismo): un “sistema ammazzageni”, simile ad un formicaio, che sulla base di un sedicente “socialismo scientifico” ha scelto di premiare gli allineati e gli eunuchi, offendendo tutti gli altri. Questo sistema, pur nella sua intrinseca perfidia e vuotezza intellettuale, ha prodotto paradossalmente una “discreta scienza” ma solo a livello tecnico e senza una reale innovazione che non sia invece una specie di “terapia di mantenimento” di ciò che già conosciamo, mentre i processi ideativi e creativi che sono i veri scopi su cui la scienza si fonda per andare veramente avanti sono stati trasformati in una specie di deserto di Gobi. Oggi invece sta nascendo una specie di “azienda” che ha tradito tutte le aspettative di cambiamento: la ricerca pura è stata fortemente penalizzata, il nepotismo è rimasto invariato, mentre l’efficienza e la meritocrazia sono crollate a picco. Non mi meraviglio allora delle costanti defezioni e fughe all’estero dei tantissimi talenti giovani e meno giovani: è una vera emorragia ma pochi hanno il coraggio di rilevare la portata del fenomeno. La cosa buffa è che io non disfo la valigia da circa 20 anni.

L.D.C. – La citazione in una delle più importanti pubblicazioni scientifiche il J.S.E. ( Journal Scientific Exploration ) gratifica molto il tuo lavoro svolto fino ad oggi,e penso che ti dia nuovi stimoli per il futuro, perciò quali sono gli impegni e i progetti di Massimo Teodorani per i prossimi anni?

M.T. – Il mio lavoro sulla JSE è servito a fare il punto definitivo sulla situazione in merito alla ricerca di Hessdalen e a capire dove e come adesso ci si debba orientare. Al momento l’iniziativa a cui tengo di più è SPECNET, tramite la quale si addestra personale remoto ad acquisire spettri di fenomeni di luce in aree del mondo dove il fenomeno è ricorrente. Sono stati ottenuti già adesso risultati interessanti. Tali risultati hanno un valore del tutto preliminare, ma diagnosticamente basilare per capire in quale zona ci si debba orientare adesso per effettuare missioni esplorative. Iniziative per la richiesta di fondi sono già partite e a breve dovrei conoscerne il responso. In caso positivo potremmo dotarci di attrezzatura portatile ad alta sofisticazione. Tale iniziativa intende basarsi solo ed esclusivamente su fondi elargiti da privati e/o da banche, e sarà totalmente sganciata da qualunque organizzazione di tipo statale. Questa è una ricerca che richiede un’organizzazione e una tempistica ferree, pena il fallimento e lo spreco dei fondi. In merito allo studio sui fenomeni luminosi ci stiamo ora orientando su due direttrici parallele ma interagenti: 1) l’acquisizione di immagini digitali ad altissima risoluzione spaziale e temporale con anche la possibilità di effettuare spettri a media dispersione, 2) il monitoraggio simultaneo della attività bioelettrica del cervello in presenza dei fenomeni di luce, su iniziativa della mia collega in questa ricerca, il fisico Gloria Nobili. Col tempo intendiamo acquisire anche strumentazione addizionale che monitori il campo magnetico, elettrico e nelle microonde in maniera molto più sofisticata di quello che riusciamo a fare con la strumentazione di adesso, e anche (costosissimi) sensori nell’infrarosso che consentano la registrazione delle immagini. Inoltre si sta pensando di mettere a punto una tecnica semplice ed economica che permetta il tracking dei fenomeni di luce caratterizzati da moto lineare. In futuro si intende sviluppare anche una tecnica mirata che consenta di ottenere spettri ad alta risoluzione dei fenomeni di luce: come ho personalmente rilevato lo scorso anno da test effettuati nel deserto dell’Arizona, per acquisire questo tipo di spettri di fenomeni di luce occorre risolvere diversi problemi tecnici che si presentano inevitabilmente quando occorre puntare fenomeni di breve durata, debole luminosità e moto erratico. Riuscire a risolvere questi problemi tecnici, che comportano modifiche nella focale, intensificazione dell’immagine e tracking accurato, significherà senz’altro dare una risposta definitiva alla fisica dei fenomeni in questione, qualunque cosa essi siano.

Grazie per l’intervista Massimo.

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IL LIBRO DI MASSIMO TEODORANI ” FENOMENI LUMINOSI”

Investigazione scientifica di fenomeni luminosi anomali in atmosfera .

Da oltre vent’anni misteriose luci pulsanti, talvolta zigzaganti, vengono avvistate nella vallata norvegese di Hessdalen e solo da alcuni anni, grazie agli studi preparatori prima e poi alle ricerche sul campo del dottor Massimo Teodorani, astrofisico del CNR, il “caso Hessdalen” ha avuto l”onore della ribalta sulle pubblicazioni scientifiche. Una serie di indagini condotte in loco da Teodorani nell’arco di 3 missioni sul campo, nelle estati del 2000, 2001 e 2002, permettono ora di azzardare le prime ipotesi scientifiche.

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Dott. Massimo Teodorani 

Dopo essersi laureato in astronomia con una tesi teorico-matematica sulla evoluzione fluidodinamica di un residuo di supernova, ha successivamente conseguito il dottorato di ricerca in fisica stellare con una tesi osservativa sulle stelle binarie strette di grande massa e relativi trasferimenti esplosivi di massa. Ha lavorato presso gli osservatori di Bologna e Napoli e al radiotelescopio del CNR di Medicina (BO). In parallelo alla ricerca astrofisica ha condotto ricerche in fisica dei plasmi atmosferici con particolare interesse per il “fenomeno luminoso di Hessdalen”, dove come direttore scientifico ha svolto diverse missioni sul campo. Svolge tuttora ricerche teoriche nel campo del progetto SETI e prosegue la sua ricerca sulla fisica dei fenomeni luminosi anomali.

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